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    December 31

    AUGURI DI UN FELICE ANNO NUOVO

    IL GRUPPO CICLISTICO AUGURA A TUTTI GLI APPASSIONATI, E A TUTTI I VISITATORI UN FELICE ANNO NUOVO...BUONA  PEDALATA A TUTTI!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!SoleSoleSoleSoleSole
    November 29

    LA STORIA DELLA BICICLETTA

    La storia della bicicletta

     Si deve a Leonardo da Vinci, nel 1493 circa, la prima idea concreta di bicicletta. Tra le caratteristiche che più meravigliano sono le ruote di ugual grandezza, una sella fissata sull‘asse posteriore e una trasmissione a catena sulla ruota posteriore azionata da un meccanismo a pedali.

    Dopo il progetto precursore di Leonardo da Vinci, devono trascorrere tre secoli prima che rinasca l‘interesse per il mezzo a due ruote. Non si conosce il costruttore del Célerifère: veicolo in legno dalla forma di cavallo, su due ruote uguali disposte in linea, costruito alla fine del XVIII secolo. Per farlo avanzare era necessaria la spinta dei piedi. Tre anni dopo quella macchina, ribattezzata Vélociferè, era diventata un passatempo per i giovani di Parigi.

     L‘invenzione dello sterzo si deve a Karl Friedrich Christian Ludwig Freiherr Drais von Sauerbronn che nel 1817 costruì una macchina in legno composta da un telaio e due ruote disposte in linea di uguale grandezza, con l‘anteriore in grado di sterzare. 

    Il 24 aprile 1861 Pierre e Ernest Michaux ottennero un brevetto francese per lo sfruttamento economico del velocipede a trazione anteriore da loro ideato. 

    Il 7 luglio 1868 i fratelli Hanlon, ottennero a New York un brevetto per l‘applicazione di anelli in gomma intorno alle ruote metalliche al fine di renderle meno rumorose e di ridurre la tendenza a slittare.  

    Essendo i pedali del velocipede fissati alla ruota anteriore, vennero aumentati i diametri di queste per ottenere una maggiore velocità.

      Nel 1869 W.F. Reymolds e J.A.Mays brevettarono una ruota con raggi in filo metallico che agivano da tiranti in sostituzione dei raggi rigidi che agivano da puntoni.

     Per rendere il biciclo più sicuro era necessario spostare il centro di gravità all‘indietro. Tuttavia l‘arretramento della sella rendeva meno comoda la pedalata; un modo per risolvere il problema era quello di sostituire i pedali con un meccanismo a leve che si prolungasse all‘indietro. John Beale aveva già brevettato un meccanismo di questo genere nel 1869, dove però il ciclista non faceva un moto rotatorio con le gambe, ma in su e in giù.

     Nel 1878 George Singer brevetto un nuovo sistema dove la pedalata risultava rotatoria. Questa nuova classe di bicicli venne nominata „Ordinary di sicurezza“.

     Nel 1877 il francese Rousseau, costruì i primi ingranaggi moltiplicatori con trasmissione a catena, applicati alla ruota anteriore.

     Nel 1879 H.J. Lawson ottenne un brevetto per un biciclo con trasmissione a catena sulla ruota posteriore. Lawson la chiamò „Bicyclette“.

     John Kemp Starley, nipote di James Starley, e William Sutton, presentarono nel 1885 il „Rover“: una nuova macchina con ruota anteriore da 36 pollici, sterzo con asta di accoppiamento, trasmissione a catena sulla ruota posteriore e telaio dall‘aspetto „quadro“, dal quale deriva ancora quello in uso.

     

    2.2 La storia della pedalata

     La bicicletta è subito ritenuto un mezzo di trasporto importante e la sua evoluzione ne determina il successo e l‘espansione.

    La bicicletta nasce senza pedali: saranno poi i fratelli Michaux a introdurre i pedali sul velocipede. Nella storia dello sviluppo della bicicletta non si parla di come mai si sia iniziato a pedalare avanti invece che indietro.

    Ecco alcune supposizioni plausibili:

    -         naturalezza del movimento (vado in avanti, pedalo in avanti)

    -         semplicità a livello meccanico

     Questi due punti possono sicuramente essere stati sufficienti a far accettare ai tempi la variante in avanti, dato che l‘obiettivo principale era stato raggiunto: spostarsi su di un mezzo meccanico.

     Ai giorni nostri tutti i progetti e i nuovi prodotti sviluppati puntano ad una certa qualità, che molte volte è sinonimo di prestazione. Ai tempi la prestazione non era un fattore così determinante quindi la variante all‘indietro, da quanto abbiamo trovato, non venne considerata.

     Con il nostro lavoro risponderemo al seguente quesito: lo sviluppo della bicicletta con la pedalata in avanti è stato veramente casuale oppure già ai tempi c‘erano motivi legati alla fatica (prestazione) che resero preferenziale quella avanti?   

    November 28

    CONTROLLA LA TUA POSIZIONE

    Per evitare i disturbi a carico dei sistemi osseo e articolare è importante il controllo della posizione in bici. In caso contrario possono insorgere dolorose patologie. In questo articolo parleremo cercheremo dunque di spiegare che cosa si intende per “postura” e quali siano i rapporti tra postura e ciclismo.

    La postura può essere definita come la posizione assunta nello spazio dai vari segmenti corporei (arti superiori, inferiori, tronco, capo) risultante dalla tensione muscolare e fasciale (tendini, fasce muscolari, giunzioni muscolo-tendinee) e dipendente dallo sviluppo e conformazione del sistema osteoarticolare. Il sistema nervoso centrale e periferico collabora ricevendo ed elaborando i messaggi che giungono dal corpo e dall’ambiente esterno e coordinando l’attività muscolare al fine di raggiungere e mantenere l’equilibrio posturale.
    Gli squilibri del sistema muscolare e fasciale determinano atteggiamenti scorretti (o paramorfismi) in genere correggibili con esercizi specifici di ginnastica. Le anomalie scheletriche, come lunghezze differenti degli arti e deviazioni della schiena legate ad anomalie dello sviluppo dei corpi vertebrali (ad esempio scoliosi), sono definite come dismorfismi e non sono correggibili.

    Il controllo della postura
    Il controllo della postura prevede l’osservazione dell’atleta in posizione eretta frontale, laterale e posteriore. Un corretto studio della postura deve essere inoltre completato da una valutazione della mobilità articolare e della funzionalità muscolare. Una mobilità ridotta è da considerarsi anomala quanto un'eccessiva mobilità.
    Per ogni articolazione sono possibili solo determinati movimenti, la cui ampiezza dipende dalla sua conformazione, dalla lunghezza e dalla tensione dei muscoli e dall’elasticità e dall’integrità dei legamenti e della capsula articolare. Nella valutazione muscolare si deve tenere conto non solo della forza di un muscolo (agonista), ma anche della forza del muscolo che svolge l’azione opposta (antagonista).
    Ad esempio, i muscoli che estendono il ginocchio sono e devono essere più forti dei muscoli che lo flettono, mentre nel braccio i muscoli flessori dell’avambraccio sono e devono essere più forti degli estensori.

    L'equilibrio muscolare
    Ecco entrare in gioco il concetto di equilibrio muscolare. Se pensiamo oltre che ai muscoli che si utilizzano prevalentemente per muoversi, ai muscoli che servono a farci mantenere determinate posizioni appare chiara l’importanza dell’equilibrio muscolare sulla postura. Il mantenimento dell’equilibrio è raggiunto grazie alle continue modifiche della tensione di muscoli agonisti ed antagonisti.
    Un muscolo non deve quindi mai essere considerato come separato dal suo antagonista e deve essere inoltre considerato nell’insieme dei movimenti a cui partecipa. Nel pedalare, ad esempio, oltre al ginocchio si muovono anche la caviglia e l’anca, e l’alternanza dei movimenti dei due arti incide sull’equilibrio della schiena, soprattutto se si sta pedalando in piedi. Viene così introdotto un nuovo concetto, quello di catena cinetica.

    La catena cinetica
    E' formata dai vari segmenti corporei che, in movimento e non, realizzano l’armonia del gesto. Se si considera in questo modo l’atleta, si può immaginare come complessa sia la valutazione di un movimento e come qualunque fattore che interviene nell’alterare questi equilibri possa nel tempo generare disturbi.
    Nello spazio il corpo assume una posizione senza vincoli esterni che limitino la ricerca di un equilibrio. In bicicletta il corpo umano assume una posizione che dipende dalla forma, dalle misure e dall’impostazione della bicicletta stessa, oltre che dalle caratteristiche morfologiche dell’atleta.
    La scelta del telaio normalmente si basa su alcune dimensioni corporee come l’altezza e la lunghezza degli arti, mentre l’impostazione della posizione deve tenere conto anche della qualità della postura.
    L’impostazione della posizione sul mezzo comprende la regolazione della posizione del sellino, del manubrio, la scelta della lunghezza dell’attacco e delle pedivelle e, in ultimo, il posizionamento delle tacchette fermapiede sulla scarpa.
    Nell’impostazione della posizione si devono rispettare i “range” di movimento fisiologici delle varie articolazioni, che devono inoltre essere poste in condizioni di massima resa da un punto di vista biomeccanico. Ogni articolazione, infatti, consente di esprimereil massimo della forza entro certi valori angolari e questo è possibile solo quando si rispettano le caratteristiche anatomiche dell’articolazione stessa.
    Di fronte a certe alterazioni posturali è necessario apportare delle modifiche che a volte possono alterare la simmetria del mezzo.
    Tuttavia non sempre è corretto modificare la posizione per venire incontro all’atleta: deve essere l’atleta che, attraverso un programma di rieducazione posturale adeguato, viene adattato al mezzo meccanico correttamente impostato.
    Ma può anche essere necessario procedere di pari passo modificando periodicamente l’assetto sul mezzo in funzione dei risultati ottenuti con la rieducazione fino al raggiungimento di un equilibrio ottimale.


    Il controllo
    A tutto ciò si può giungere solo grazie a controlli specifici.
    L’atleta che presenta o vuole prevenire disturbi a carico dell’apparato osteoarticolare e muscolare deve sottoporsi ad un controllo della postura standard e della postura sul mezzo sia in condizioni statiche che dinamiche.
    Questi disturbi possono a volte essere causati da sovraccarichi cronici e microtraumi ripetuti legati ad una non adeguata posizione oppure ad erronee posizioni assunte spontaneamente o per errate abitudini.
    Qualora non vengano prontamente riconosciuti possono sfociare in veri quadri patologici definiti tecnopatie (malattie legate all’uso di prodotti della tecnica), a volte altamente invalidanti e la cui cura può richiedere una correzione chirurgica o costringere l’atleta ad abbandonare l’attività sportiva.

    IL GINOCCHIO

    Il ginocchio può essere considerato un vero delicatissimo snodo del pedalare. Ma è vincolato soprattutto alla posizione del piede e del bacino.

    Il ginocchio è sicuramente la struttura maggiormente sollecitata nel pedalare. Il piede è vincolato al pedale, il bacino poggia sulla sella, mentre il ginocchio è obbligato a muoversi fra questi due vincoli e la sua azione ne è dipendente. Sia la posizione del piede sul pedale che la posizione della sella influiscono positivamente o negativamente sul ginocchio stesso.
    La forza esercitata dall’arto inferiore sul pedale passa obbligatoriamente attraverso il ginocchio. Le forze agenti sul ginocchio sono contrapposte: da un lato i muscoli della coscia spingono per distenderlo ed imprimere forza sul pedale, dall’altro il pedale esercita una forza contraria che si oppone al suo movimento.
    La relativa libertà di cui gode il ginocchio, libero non solo di piegarsi e distendersi, ma anche di essere portato verso l’interno o l’esterno e di essere ruotato, può determinare sovraccarichi causa di frequenti ed importanti disturbi a suo carico.
    Se i disturbi a carico delle altre articolazioni sono rari, ad eccezione forse della schiena, le patologie del ginocchio sono molteplici ed alcune tipiche dell’attività ciclistica.
    Spesso sono causa di lunghi e obbligatori periodi di stop ed impediscono all’atleta di prepararsi adeguatamente alle gare, mentre rendono il passatempo del cicloturista una vera e propria sofferenza.
    Bisogna comunque aggiungere che i disturbi al ginocchio sono quelli più facilmente eliminabili correggendo la posizione in bicicletta. Difatti quando si ricerca la posizione ideale sulla bicicletta, si deve partire proprio mettendo il ginocchio nelle condizioni migliori per lavorare.

    Come è fatto un ginocchio
    Il ginocchio è formato da due articolazioni. Una formata dalla tibia, osso della gamba, e dal femore, osso della coscia, l’altra formata dalla rotula e dal femore. Il perone secondo osso della gamba, assieme alla tibia, entra a far parte dell’articolazione del ginocchio seppure non direttamente.
    § Tra il femore e la tibia sono posti i menischi, la cui funzione è quella di migliorare i rapporti fra le due ossa e formare una specie di sistema di ammortizzazione che ne limita l’usura.
    Il ginocchio è mosso soprattutto dai muscoli della coscia. Davanti il quadricipite femorale, così chiamato perché formato da quattro muscoli che si riuniscono in un unico tendine, il tendine rotuleo. Il quadricipite distende il ginocchio.
    Dietro i muscoli posteriori della coscia, tra cui il bicipite femorale, che piegano il ginocchio. I disturbi muscolari e tendinei del ciclista sono soprattutto a carico del quadricipite e del tendine rotuleo, principali strutture deputate ad imprimere forza sul pedale.
    Un ulteriore tendine sofferente può nessere quello del tensore della fascia lata situato sul lato esterno del ginocchio.
    Sono diversi i legamenti che mantengono unito il ginocchio, ma i legamenti del ginocchio raramente creano problemi al ciclista, così come i menischi.
    Ginocchia con lesioni sia meniscali che legamentose spesso sono in grado di pedalare senza disturbi. Un unico legamento può causare problemi al ginocchio: il legamento alare. I legamenti alari sono due situati ai lati della rotula e la cui funzione è quella di limitare i movimenti laterali della rotula stessa.
    Per quanto riguarda la conformazione, l’arto inferiore normale, cosiddetto “dritto”, presenta la gamba e la coscia allineate. Nelle gambe cosiddette “storte” il ginocchio può presentarsi in dentro, “gambe a X”, o in fuori. Nel primo caso si parla di ginocchio valgo, nel secondo di ginocchio varo. Di queste due condizioni a volte si deve tenere conto nel posizionare il ciclista sulla bicicletta.

    Il ginocchio che pedala
    Durante la pedalata il movimento del ginocchio risulta semplice. Il ginocchio si piega durante la fase di recupero e si distende durante la fase di spinta in un movimento ciclico regolare e continuo.
    Visto dal davanti, il ginocchio ben impostato, si muove su e giù in linea retta senza movimenti laterali. A livello del punto morto superiore il ginocchio deve raggiungere la flessione massima ed a livello del punto morto inferiore deve raggiungere l’estensione massima.
    A volte ciò non avviene, e la causa può essere un eccessivo avanzamento o arretramento della posizione in sella, o ancora una pedivella di dimensioni non adeguate.

    Le patologie più frequenti
    La parte del ginocchio che più facilmente va incontro a problemi è l’articolazione femoro-rotulea. La causa risiede nel sovraccarico cui va incontro l’articolazione durante la fase di spinta.
    Il quadricipite quando distende il ginocchio schiaccia la rotula contro il femore e questa forza è tanto maggiore quanto più è piegato il ginocchio. La continua pressione ed il continuo sfregamento usura la cartilagine e determina dolori localizzati anteriormente e/o ai lati della rotula. In generale la zona dolente è più di frequente sul lato interno della rotula.
    La causa risiede spesso in una errata posizione, con la sella troppo bassa o eccessivamente avanzata. L’avanzamento della sella può dipendere da un telaio troppo dritto, con un angolo a livello del tubo piantone eccessivo.
    Cause predisponenti possono essere malallineamenti della rotula, che tende in genere a spostarsi verso l’esterno.
    Cause scatenanti possono essere l’uso di rapporti troppo lunghi ad inizio della preparazione e soprattutto programmi invernali di allenamento con i pesi che mirano al potenziamento del quadricipite.
    A questo proposito si deve ricordare che l’eccessivo carico rotuleo si ha quando si flette eccessivamente il ginocchio. Quindi nel potenziare il quadricipite si dovrebbero eseguire prevalentemente esercizi in cui il ginocchio lavora solo negli ultimi gradi di distensione. Questo tipo di esercizi svolgono anche una azione preventiva.
    Negli ultimi 30° gradi di estensione lavora difatti soprattutto una parte del quadricipite che ha la funzione di stabilizzare la rotula. Per curare e prevenire quindi questo tipo di patologia, chiamata “condropatia femoro-rotulea”, si deve correggere la posizione in sella, generalmente alzando ed arretrando la posizione, e svolgere un intenso programma di rieducazione e potenziamento del ginocchio, facendolo lavorare negli ultimi 30° di estensione.

    Il tendine rotuleo
    Il tendine rotuleo è quel tendine situato subito al di sotto della rotula. La sua funzione è quella di distendere il ginocchio trasmettendo la forza esercitata dal quadricipite. Come tutti i tendini può, sovraccaricato, diventare dolente durante l’attività fisica ed alla palpazione. Si parla in questo caso di tendinopatia o tendinite.
    La tendinopatia rotulea ha delle cause simili a quelle descritte parlando della rotula. Anche in questo caso influiscono una posizione bassa ed avanzata sulla sella.
    Una causa predisponente deve essere ricercata nella caviglia, che spesso in questi casi prona durante la fase di spinta, ovvero tende a ruotare internamente verso il pedale. L’utilizzazione di un plantare specifico antipronazione può essere d’aiuto.

    Il tendine del quadricipite
    Il tendine del quadricipite è situato subito sopra la rotula ed unisce il muscolo alla rotula stessa. Il tendine avvolge la rotula e diventa il tendine rotuleo che si inserisce sulla tibia.
    Il tendine può diventare dolente sia alla palpazione che durante la fase di spinta ed il dolore può essere localizzato sia sulla parte interna che esterna. È in genere più frequente nel ciclista il dolore esterno.
    Anche in questo caso la causa può risiedere in una posizione in sella avanzata e bassa. Inoltre può entrare in causa un difetto di posizione del fermapiede, eccessivamente avanzato o ruotato sia internamente che esternamente.
    Cause predisponenti possono essere inoltre malallineamenti come in caso di ginocchio varo e valgo. Nel caso di ginocchio varo può essere indicato allontanare il piede dalla pedivella di alcuni millimetri, mentre nel caso di ginocchio valgo può essere indicato un plantare oppure uno spessore fra scarpa e pedale che inclini il piede. Un programma pesistico invernale o una scorretta preparazione possono essere cause scatenanti.

    I dolori
    Un dolore a livello della parte interna del ginocchio può dipendere da patologie a carico del legamento che stabilizza la rotula: il legamento alare.
    La causa può risiedere in una scorretta posizione della sella o in errati ed eccessivi programmi di allenamento. A volte può entrare in causa un errato posizionamento del fermapiede, eccessivamente ruotato verso l’esterno.
    Questi disturbi sono abbastanza seri, nel senso che se, correggendo la posizione e modificando i programmi di allenamento, con l’aiuto anche di terapie specifiche, non scompaiono, può essere indicato il trattamento chirurgico.
    Il dolore sulla parte esterna del ginocchio può essere causato dalla benderella ileotibiale. In causa può entrare una posizione della sella eccessivamente arretrata o eccessivamente alta, oppure il fermapiede ruotato internamente. In caso di pronazione del piede può essere utile l’uso di un plantare specifico.
    Al livello della parte posteriore del ginocchio e della coscia, la struttura più di frequente sofferente è il tendine del bicipite femorale. La causa può risiedere in una posizione eccessivamente alta ed arretrata della sella.

    RISPETTA LA SCHIENA

    Piegare in modo non corretto la colonna vertebrale durante la pedalata può procurare disturbi dolorosi e irreversibili. Ecco alcuni consigli per evitare fastidiose patologie.

    La schiena è la parte del corpo che spesso crea i problemi più complessi da risolvere.
    Per quanto riguarda il ciclista, l’esperienza insegna che i dolori dipendono più di frequente dalla schiena che non da una posizione scorretta.
    A volte le misure ideali della bicicletta devono essere modificate per venire incontro ad una schiena che non è in grado di adattarsi alla posizione corretta.
    La maggior parte dei problemi sono di natura funzionale, ovvero legati a squilibri muscolari e/o a scarsa mobilità.
    Una schiena rigida e debole poco sopporta le sollecitazioni cui è sottoposta durante l’attività fisica. Prima di pensare alla posizione sulla bicicletta si deve quindi effettuare un accurato controllo della postura e una valutazione della mobilità articolare e della forza muscolare.
    Nel controllo posturale si verifica il corretto allineamento della schiena e, soprattutto, si verifica se eventuali anomalie siano legate ad abitudini a tenere posizioni scorrette, oppure ad alterazioni ossee.
    L'atteggiamento scoliotico può essere corretto e guarito con appositi esercizi di rieducazione, a scoliosi è legata ad una deformazione e ad uno scorretto sviluppo osseo ed è quindi incorreggibile.
    Nella valutazione della mobilità articolare si evidenziano eventuali parti della schiena rigide, incapaci di piegarsi, inclinarsi o ruotare sufficientemente. Nella valutazione della forza muscolare si verifica la validità dei muscoli nel sostenere e nel muovere la schiena.
    Il ciclista, specie con l’avanzare degli anni, deve avere rispetto per la sua schiena e dovrebbe dedicare un quarto d’ora, mezz’ora quasi tutti i giorni all’esecuzione di specifici esercizi di mobilizzazione e rafforzamento muscolare.
    E' consigliabile, inoltre, dedicare del tempo alla preparazione in palestra, rivolto a ristabilire i giusti equilibri dell’apparato scheletrico e muscolare.
    Il programma deve prevedere esercizi di stretching, di mobilizzazione articolare e di rafforzamento muscolare che coinvolgano soprattutto la schiena ed il bacino.
    Particolare attenzione deve essere rivolta alla mobilizzazione della cervicale, all’allungamento della muscolatura anteriore della coscia ed al rafforzamento dei muscoli addominali, dei glutei, dei muscoli della schiena (paravertebrali). In questo modo è possibile prevenire la maggior parte dei disturbi a carico della schiena.

    Com’è fatta la schiena?
    La schiena è formata dalle vertebre poste le une sulle altre. La possiamo immaginare come una torre di tanti cilindri (le vertebre) fra i quali sono posti delle specie di cuscini di un materiale più morbido dell’osso (i dischi intervertebrali) che hanno la funzione di facilitare i movimenti ed ammortizzare i carichi.
    La schiena termina in alto articolandosi con la testa ed in basso con il bacino. La schiena si divide in più parti: la parte cervicale, che corrisponde al collo e che si articola con la testa, la parte dorsale, che corrisponde al torace e su cui si articolano le coste, la parte lombare, che è l’ultima parte che attraverso il sacro si articola con il bacino.
    Fanno ancora parte della schiena il sacro ed il coccige, che sono la parte terminale. Ciascuno di questi tratti ha una sua specifica mobilità, ovvero consente prevalentemente solo determinati movimenti ed i punti chiave della mobilità sono situati nei punti di transizione, ovvero dove la cervicale diventa dorsale e la parte dorsale diventa lombare.
    Vista da dietro la schiena deve presentarsi perfettamente dritta, mentre vista di fianco presenta delle curve che sono anomale solo quando sono troppo o troppo poco marcate.
    La parte dorsale della schiena si deve presentare lievemente curva (cifosi) e si parla di “dorso curvo” solo quando questa curva risulta eccessivamente marcata.
    Le parti lombare e cervicale presentano anch’esse delle curve che sono esattamente opposte a quella dorsale (lordosi). In questi casi se le curve sono eccessivamente accentuate si parla di iperlordosi lombare o cervicale.

    I dolori del ciclista
    Il ciclista soffre soprattutto di disturbi a livello cervicale. Come frequenza i dolori cervicali sono seguiti dai dolori a livello dorsale e, per ultimo, a livello lombare.
    Se si pensa alla posizione che si deve assumere sulla bicicletta se ne comprende immediatamente il motivo. Il ciclista sta in bicicletta con il busto piegato in avanti per essere il più aerodinamico possibile.
    In questa posizione, soprattutto se le mani sono poste sui freni o sulla parte inferiore del manubrio, il ciclista è costretto a piegare indietro la cervicale per potere guardare in avanti ed osservare la strada.
    La muscolatura della cervicale viene così particolarmente sollecitata dovendo inoltre assumere e mantenere una posizione non naturale.
    La schiena è costruita per stare in piedi, e la posizione naturale della cervicale è quella che mantiene la testa dritta con lo sguardo diretto in avanti. Inoltre la cervicale è costruita soprattutto per piegare la testa verso il basso piuttosto che verso l’alto.
    La parte dorsale segue la cervicale e risente della posizione della testa eccessivamente piegata indietro. Le braccia si articolano con il corpo a livello del passaggio fra la parte cervicale e dorsale della schiena. L’azione di presa sul manubrio si ripercuote così sia a livello della cervicale che del dorso, soprattutto per la tensione che viene esercitata attraverso le spalle.
    Sugli eventuali disturbi incidono in particolare la lunghezza del telaio, o meglio la distanza fra la punta del sellino ed il manubrio, ed eventualmente forma e dimensioni del manubrio.
    In linea generale la larghezza del manubrio deve essere vicina alla larghezza delle spalle. Quando impugna la parte inferiore del manubrio o i freni, il ciclista non deve essere costretto a stringere le spalle contro il tronco, come avverrebbe in caso di manubrio eccessivamente stretto.
    Un particolare forse banale, vista la nota “pignoleria” dei ciclisti, è di verificare che i freni siano fissati sullo stesso piano, in quanto un non allineamento determinerebbe una rotazione del tronco con possibile insorgenza di dolori a livello dorsale e cervicale.

    La lunghezza del telaio
    La lunghezza del telaio influisce sia in senso negativo che positivo, essendo i disturbi correlati sia ad una eccessiva che ad una insufficiente lunghezza del corpo della bicicletta.
    Anche la differenza tra l’altezza della sella e del manubrio può determinare problemi. Difficile dare dei suggerimenti generali viste le forme e le dimensioni variabili dei manubri e visto che la lunghezza del telaio dipende anche da esigenze meccaniche finalizzate ad una migliore resa della bicicletta (guidabilità, tenuta di strada).
    Se la posizione è corretta il ciclista si sente a proprio agio e riesce a rilassare completamente la muscolatura della schiena. Vista di profilo la sua schiena appare incurvata armonicamente senza presentare eccessivi ingobbimenti.
    Un metodo empirico suggerito da alcuni è di verificare che la distanza fra la punta del sellino ed il manubrio corrisponda alla distanza fra il gomito e la punta delle dita. Tale rilevazione risulta nella maggioranza dei casi corrispondere più alla distanza tra la punta del sellino e l’attacco della pipa ed è pertanto da considerare poco indicativa.
    Più corretto risulta, invece, verificare che, impugnando la parte inferiore del manubrio, con uno dei pedali parallelo al tubo obliquo, il gomito sfiori il ginocchio più vicino al manubrio.
    Un’altra possibilità è di verificare che, sempre impugnando la parte inferiore del manubrio e fissando la parte orizzontale del manubrio, lo sguardo non riesca a vedere il mozzo della ruota anteriore, nascosto dallo stesso manubrio.
    Per quanto riguarda la differenza fra l’altezza della sella e del manubrio, il cosiddetto fuori-sella, non dovrebbe essere inferiore ai 4 cm, cioè la parte superiore del manubrio deve essere più bassa del sellino di almeno 4 cm.
    La correzione della distanza sella-manubrio deve essere effettuata utilizzando una pipa di adeguate dimensioni e non operando sul sellino, in quanto verrebbe alterata la corretta posizione dell’arto inferiore con il rischio di patologie a carico specie del ginocchio.
    I disturbi a carico della parte lombare risentono meno della lunghezza del telaio e possono essere legati ad una scorretta inclinazione della sella. Se la punta della sella è inclinata verso l’alto, il bacino ruota posteriormente (movimento di retroversione) e le strutture lombari vengono ad essere sollecitate. Inoltre sia con la punta del sellino inclinata troppo verso l’alto o verso il basso, può entrare in gioco lo sforzo delle braccia e della schiena necessario ad evitare di scivolare con il bacino in avanti o indietro.
    Anche un’eccessiva altezza del sellino, oltre a problemi all’arto inferiore, può causare dolori lombari legati alle oscillazioni che il bacino compie affinché il piede spinga sul pedale fino al fondo della fase di spinta. In altre parole ad ogni pedalata il bacino compie un movimento come se il ciclista volesse scendere dalla sella.
    Quest’ultimo meccanismo descritto viene anche chiamato in causa nei dolori lombari legati ad una differente lunghezza degli arti inferiori (dismetrie).

    Le dismetrie degli arti inferiori
    Per dismetria degli arti inferiori si intende una differente lunghezza delle gambe. Tale anomalia, abbastanza frequente, se inferiore al centimetro, in genere non causa eccessivi disturbi, se di maggior entità può causare dolori a livello lombare.
    La valutazione richiede una visita specialistica ed a volte la necessità di eseguire un controllo radiografico al fine di verificare se la differente lunghezza degli arti è legata alla coscia od alla gamba.
    A completamento di queste indagini è poi importante effettuare uno studio cinematico durante la pedalata per verificare l’effettivo comportamento e le differenze fra i due arti durante l’esecuzione del gesto atletico.
    Qualora risulti che la differenza fra i due arti è la causa dei dolori lombari, si deve procedere a correggere tale differenza. La posizione in linea di massima viene impostata sull’arto più lungo ed in seguito si procede a correggere la dismetria. Le possibilità sono due: posizionare un rialzo a livello del pedale oppure spostare la tacchetta in senso antero-posteriore (avanti o indietro).
    Per chi usa ancora i pedali tradizionali è possibile trovare dei pedali più alti, mentre chi usa i moderni pedali automatici deve posizionare il rialzo tra la suola della scarpa e la tacchetta ferma piede. L’uso di un plantare con rialzo non è adatto, in quanto normalmente si usa sollevare solo il tallone.
    Tale accorgimento è corretto per la vita di tutti i giorni, ma non ha senso in bicicletta, in quanto l’appoggio del piede avviene a livello del pedale solo con la parte anteriore e non con il tallone ed è quindi a questo punto che si deve intervenire. Il rialzo non deve superare i 5 mm anche in caso di dismetrie più importanti, salvo casi particolari.
    Per quanto riguarda la posizione della tacchetta, questa deve essere arretrata dal lato dell’arto più lungo. Anche in questo caso la differenza fra i fermapiedi delle due calzature non deve superare i 5 mm.
    Ideale in questi casi per non alterare eccessivamente la posizione del piede sul pedale è di arretrare il fermapiedi dell’arto più lungo di 2-3 mm ed avanzare, sempre di 2-3 mm il fermapiedi dell’arto più corto. Con un piccolo spostamento dei due fermapiedi si ottiene così una differenza di 5-6 mm senza variare eccessivamente la zona di spinta.
    In linea generale qualora la differenza fra i due arti sia dovuta alla coscia si dovrebbe operare sull’avanzamento, arretramento del ferma piede, se, invece, è dovuta alla gamba, si dovrebbe optare per il rialzo.
    A volte, se necessario, specie in caso di dismetrie importanti, si può operare sia con il rialzo che spostando il fermapiedi. Questo tipo di correzione è abbastanza delicata e dovrebbe essere effettuata da personale specializzato.
    Il problema maggiore è di stabilire se la causa dei disturbi è effettivamente da attribuire alla dismetria. Le dismetrie sono più di frequente sintomatiche in chi pratica attività sportive come la corsa ed i giochi di squadra, in cui il peso del corpo viene sostenuto dagli arti inferiori e non da un mezzo meccanico come la bicicletta. Il più delle volte il ciclista si adatta perfettamente ad una dismetria senza manifestare alcun sintomo.


    LA FATICA

    Pedalare spesso è sudore e sofferenza. Eppure nessuno se ne duole. Perché? C’è chi sostiene che i ciclisti cercano proprio l’impegno più difficile.

    Il ciclismo, forse come nessun’altra disciplina sportiva, riesce a coinvolgere gli spettatori mostrando non solo la forza e le capacità fisiche dei suoi interpreti, i corridori, ma, non raramente, anche le debolezze, le crisi, la sofferenza, il sacrificio.
    Ed allora nel libro ideale che racchiude la storia di questo sport accanto alla fotografia dello scatto felino con il quale Saronni ha pietrificato gli avversari e conquistato la maglia iridata a Goodwood è giusto collocare l’immagine di Roche stremato, esanime, con la maschera dell’ossigeno al termine di una tappa del Tour de France del 1987. Nonostante ciò il corridore irlandese riuscirà a recuperare e saprà ugualmente portare la maglia gialla fino ai Campi Elisi.
    Vittoria e sofferenza, gloria e debolezze sembrano non avere contorni definiti quando si parla di corridori ciclisti ed anzi nella memoria degli appassionati si mescolano e si confondono a volte senza una logica razionale.
    Basta pensare al Gavia, alla tormenta di neve che si è abbattuta sui girini che lo scalavano in una tappa di alcuni anni or sono: facce stravolte, sguardi smarriti ed inespressivi, richieste di aiuto, di assistenza o più semplicemente di una coperta per scaldarsi e classifica sconvolta. Vincerà Hampsten, l’americano; Chioccioli, maglia rosa sino ai piedi del Gavia, sarà tra gli sconfitti.
    Ricordo, poi, un Baracchi di tanti anni fa; ero un bambino e mio padre mi aveva condotto nello stadio di Bergamo dove arrivavano i corridori dopo circa novanta chilometri della cronometro a coppie. Vinsero Gimondi ed Anquetil ma il grande campione francese entrò nella pista dello stadio ormai cotto tanto che percorse l’anello con andatura incerta e quasi a zigzag. Poco dopo entrò per il giro conclusivo una coppia di olandesi che dovevano aver esaurito da tempo ogni forma di energia se è vero che corsero più di una volta il rischio di scontrarsi e finire a terra. Uno dei due, poi, non si fermò e continuò ad inanellare giri fintanto che gli addetti ai lavori non decisero di mettere fine a quell’inutile strazio; dovettero, però, inseguirlo ed abbracciarlo.
    Ed allora il ciclismo, a ragione, diviene sinonimo di sacrificio e ancor più di fatica, e nel grande libro dei ricordi accanto ai campioni entrano di diritto anche i meno dotati, i ciclisti della domenica e quanti praticano questo sport con passione, superando mille difficoltà e confrontandosi con i propri limiti.
    Il concetto di fatica è noto a tutti sebbene esso racchiuda ancora qualcosa di indefinito che appartiene più alle sensazioni individuali che alle reali conoscenze scientifiche. Forse è proprio per questo che giustifica il recente elevato interesse dei ricercatori sull’argomento tanto che, negli ultimi anni, sono state presentate numerose ipotesi e teorie, a volte anche contrastanti, che comunque non hanno ancora chiarito in maniera definitiva l’origine e le cause dell’affaticamento.

    Cosa è la fatica?
    Per fatica, in termini fisiologici, si può intendere la riduzione delle capacità prestative dell’intero organismo o di un suo distretto come conseguenza di un’attività protratta e particolarmente intensa.
    Si usa anche definirla come “la perdita della funzione attraverso la funzione” caratterizzando così l’impossibilità di seguitare a svolgere un determinato esercizio a causa dei “danni” provocati sull’organismo dall’effettuazione dell’esercizio stesso.
    Trattasi di un fenomeno reversibile e transitorio che inizia a manifestarsi gradualmente, tende ad aumentare in modo progressivo per scomparire normalmente con il riposo. Può anche essere considerato come un segnale di allarme che impedisce all’organismo di esporsi ai danni provocati dagli sforzi avvisando l’atleta della necessità di diminuire l’intensità dell’esercizio.
    Per essere più espliciti è sufficiente ricordare che alcune sostanze stimolanti e quindi dopanti, come ad esempio le amfetamine, elevando la soglia di percezione della fatica, rendono meno efficace ed a volte addirittura annullano il meccanismo di difesa descritto tanto che l’atleta può correre il rischio di sopportare carichi di lavoro eccessivi e potenzialmente pericolosi per la salute stessa.
    In linea generale, peraltro, la fatica organica comporta un calo della prestazione fisica ed alcuni parlano di “soglia della fatica” intendendo definire il limite tra la capacità di massima prestazione e l’inizio del calo di rendimento che progressivamente conduce all’esaurimento muscolare.
    Non è possibile “vincere” la fatica grazie all’allenamento e, nemmeno, con lo spirito di sacrificio anche se entrambi possono ritardarne la comparsa ed attenuarne gli effetti; è invece necessario ridurre il ritmo e l’intensità dello sforzo ed in casi particolari addirittura interrompere l’attività.

    Diversi tipi di fatica
    Diverse sono le classificazioni proposte per rendere più organico e razionale lo studio dei fenomeni fisiologici legati alla fatica. Si ritiene di poter distinguere diversi tipi di fatica ed in particolare si parla di fatica muscolare locale (periferica) e di fatica generale sistemica (centrale).
    La fatica locale diminuisce le capacità dei muscoli che quindi non risultano più in grado di continuare a spingere sui pedali con la stessa intensità ed è originata dal depauperamento delle riserve energetiche nel compartimento muscolare. Essa mostra tempi di recupero non eccessivi in quanto relativi semplicemente alla reintegrazione delle scorte energetiche.
    Al contrario la centrale, che riguarda il sistema nervoso e può essere del tutto indipendente dallo stato di efficienza muscolare, richiede tempi di recupero più lunghi.
    È il caso di un ciclista che non riposi bene o che riposi troppo poco e che pur avendo un apparato muscolare e cardiorespiratorio adeguato e ben allenato non è in grado di tenere le ruote ed appare svogliato oltreché spossato ed abulico.
    Altri studiosi distinguono una fatica acuta, determinata dal dispendio energetico, da una forma cronica che compare in modo subdolo e che spesso dipende dai ritmi stressanti, dalla ripetitività di alcune circostanze e, non raramente, dal superallenamento. Quest’ultimo è provocato dagli eccessivi carichi di lavoro e dagli stress emotivi tipici dell’attività agonistica di elevato livello e determina, a lungo andare, una significativa riduzione della capacità di resistere alla fatica. Vengono compromesse le capacità fisiche, e si assiste ad una riduzione dell’appetito e ad uno sconvolgimento del normale ritmo sonno-veglia.

    Le cause della fatica
    Sono sufficientemente delineati alcuni dei meccanismi più importanti che entrano in gioco nel determinismo e nell’insorgenza della fatica nella pratica delle attività sportive e del ciclismo in particolare.
    Essi sembrano essere: la riduzione dell’apporto di ossigeno ai muscoli in attività; la diminuzione delle fonti energetiche; la comparsa di piccolissime lesioni reversibili e transitorie nella struttura del muscolo; la fuoriuscita dalle cellule muscolari di composti chimici (enzimi) necessari per il normale funzionamento; la perdita di una notevole quantità di acqua, sali minerali (sodio, potassio, magnesio...); l'accumulo nel muscolo in attività e nel sangue di prodotti di rifiuto (acido lattico, ammoniaca, radicali liberi) che risultano tossici per l’organismo impegnato nello sforzo.
    È intuitivo che, specie in una disciplina di resistenza (aerobica) quale è il ciclismo su strada, è indispensabile che ai muscoli giungano attraverso il sangue ingenti quantità di ossigeno poi utilizzato come comburente per bruciare i substrati energetici e produrre energia.
    Un adeguato rifornimento di ossigeno è garantito dall’efficienza e dalle capacità dell’apparato cardiorespiratorio. Maggiore è la quota di ossigeno che il sangue è in grado di trasportare in periferia tanto più elevata sarà la quota di energia formata nel muscolo attraverso la via aerobica e quindi senza accumulo di scorie e di prodotti di rifiuto potenzialmente limitanti le capacità di prestazione.
    Quando l’ossigeno non è più disponibile il muscolo produce ancora l’energia di cui ha bisogno ma non può evitare l’accumulo di tossine, quali ad esempio l’acido lattico, che rendono ragione del progressivo calo delle prestazioni.
    E non è solo la ridotta quantità di ossigeno disponibile che condiziona negativamente il rendimento e causa la comparsa della fatica. V’è anche, se l’allenamento in bici è troppo lungo ed intenso, una parallela riduzione delle sostanze energetiche ed in particolare del glicogeno. Esso è un composto chimico costituito dalla unione di più molecole di uno zucchero semplice e rappresenta il naturale serbatoio di energia per i muscoli a partire dai costituenti dell’alimentazione (in particolare carboidrati e zuccheri) ed è stato ampiamente dimostrato che la fatica periferica risulta correlata alla riduzione delle sue riserve che neanche l’apporto continuo durante lo sforzo sembra riuscire a compensare.
    Per rendere più immediato il concetto è opportuno sottolineare che una volta svuotato il serbatoio, sono necessarie circa 48 ore per far risalire i livelli di glicogeno a quelli precedenti l’allenamento e/o la competizione.
    Ovviamente è indispensabile introdurre con l’alimentazione adeguate quantità di carboidrati (pasta, pane, etc.); è quanto fanno i professionisti durante il Giro d’Italia. Peraltro essi riescono ugualmente a recuperare ed a riacquistare lo smalto sebbene abbiano a disposizione solo17-18 ore tra la fine di una tappa e l’inizio della successiva. Evidentemente sono in grado di rifornire di glicogeno i muscoli ed il fegato in tempi più veloci rispetto a quelli riscontrati in atleti di altre discipline sportive.
    In ultimo, nell’esame delle possibili cause di insorgenza della fatica, va sottolineato che alcuni sembrano convinti che i muscoli potrebbero essere dotati di “intelligenza”, ossia potrebbero informare il cervello di non essere più in grado di rispondere agli stimoli che esso invia.
    Quando la frequenza degli stimoli che il sistema nervoso centrale invia è eccessiva e superiore a quella che il muscolo riesce a tradurre in contrazioni, esso risponderebbe con un segnale d’allarme, che suona pressappoco così: “...è inutile che tu mi chieda 100 contrazioni al minuto, io attualmente non ne posso fare più di 80!”.

    Come si manifesta la fatica
    In genere i sintomi sono sfumati trattandosi più frequentemente di sensazione di legnosità quando sono richieste repentine accelerazioni, indolenzimenti (a volte crampi), debolezza, calo delle prestazioni, incapacità di concentrarsi, etc. Più caratteristici e definiti sembrano essere quelli relativi al superallenamento: insonnia, irritabilità, frequenza cardiaca a riposo più alta, aumento dei valori della pressione arteriosa (soprattutto della minima), perdita di appetito, calo di peso.
    A livello psicologico esso può manifestarsi con stress e spossatezza e, paradossalmente, in questo caso sembra più a rischio il ciclista amatoriale a causa delle difficoltà che spesso incontra nel cercare di far convivere le esigenze sportive con quelle della vita quotidiana (famiglia, lavoro etc.).
    Non di rado un ciclista che mostri uno stato di affaticamento cronico (fatica cronica, superallenamento) o che non abbia ancora recuperato le energie disperse in una compezione e/o allenamento intenso (fatica acuta) può risultare più sensibile alle infezioni ed in modo particolare a quelle delle vie respiratorie.
    Questa depressione delle difese immunitarie potrebbe essere dovuta a carenze proteiche causate dall’esercizio e/o funzioni ormonali alterate dallo stress dell’allenamento. È infine opportuno sottolineare che soprattutto i ciclisti meno esperti dovranno prestare attenzione ai segnali inviati dall’organismo impegnato nello sforzo ed in particolare è utile che non sottovalutino il dolore muscolare; esso, infatti, può rappresentare il sintomo precoce (durante la prestazione o subito dopo) dell’affaticamento muscolare.

    Una terapia della fatica?
    Anche se non è possibile parlare di terapia e di farmaci specifici in grado di prevenire la comparsa della fatica e o di alleviarne la sintomatologia e le conseguenze negative sulle prestazioni, comunque alcune indicazioni possono risultare sicuramente utili:
    1. il ciclista deve essere in stato di buona salute, senza infezioni in atto (denti, apparato respiratorio, etc.) e con valori normali nel sangue dei globuli rossi; emoglobina, ferro, potassio e magnesio;
    2. l’allenamento deve essere ben programmato con particolare riguardo alla distribuzione dei carichi e dei recuperi. Inoltre l’intensità non sarà mai sproporzionata rispetto allo stato di forma generale ed alle sensazioni del momento;
    3. il riposo e in particolare il sonno notturno non possono essere ridotti eccessivamente rappresentando i momenti principali dello smaltimento delle scorie e della ricostituzione delle riserve energetiche;
    4. il pasto dopo l’allenamento e l’alimentazione in genere specie nei giorni che precedono gli impegni ciclistici devono garantire un significativo apporto di carboidrati, vitamine e sali minerali;
    5. durante gli allenamenti e le competizioni è necessario reintegrare le perdite di acqua e di minerali. A tal fine è utile bere spesso ed a piccoli sorsi ricorrendo ad una delle molteplici bevande in commercio (le migliori sono quelle iso/ipotoniche in quanto rapidamente assorbibili). Se lo sforzo è prolungato è opportuno ricorrere a bevande energetiche (con maltodestrine) e se necessario ad adeguata alimentazione solida;
    6. i massaggi ed i bagni caldi sono sicuramente utili in quanto aumentano il flusso del sangue ai muscoli favorendo quindi l’allontanamento delle scorie ed un maggiore e più rapido apporto di sostanze energetiche;
    7. in questi ultimi anni è stato dimostrato che, se, dopo un allenamento in bici, intenso e prolungato, si effettua una sgambata leggera con rapporti agili, il recupero generale avverrà più velocemente e più facilmente;
    8. in rari casi può essere utile ricorrere all’assunzione di farmaci energetici, vitamine etc. In particolare, dietro consiglio di un medico sportivo, possono risultare utili sostanze energetiche (maltodestrine, fosfocreatina, creatina, fruttoso-fosfato e fostati inorganici, amminoacidi a catena ramificata), reintegratori salini, vitamine (in particolare A, C, E) che insieme a zinco, selenio e rame sembrano contenere la formazione di radicali liberi tossici per i muscoli, ed ancora disintossicanti epatici etc.
    Per finire è bene sottolineare che la fatica non deve essere considerata alla stregua di un nemico da sconfiggere, ma anzi quale alleata poiché rappresenta per il ciclista in allenamento un termometro importante delle sue reali condizioni. Ed allora finalmente sarà possibile rientrare dalla seduta di allenamento stanchi certo ma non distrutti.

    NON CONTRAETEVI SUL MANUBRIO!

    Stringere il manubrio con forza è un inutile spreco di energia, oltre a non essere proficuo dal punto di vista del rendimento.

    Accade a tutti, impossibile negarlo. Durante le uscite in bicicletta, specie se lunghe e soprattutto nei momenti di maggiore impegno, ci si scopre spesso a stringere oltremodo le mani sulla piega manubrio. È un riflesso incondizionato del tutto normale, un po’ come quello di stringere i denti quando si affronta con grinta qualche difficoltà. Però non è utile, anzi, è dannoso, infatti, stringere la mani sul manubrio fa consumare energia, e nemmeno poca.
    Con un cardiofrequenzimetro addosso, da fermi, provate a tenere strette le mani sulla piega per qualche minuto. L’innalzarsi della frequenza indica indiscutibilmente un aumento dell’energia richiesto dai muscoli, e se pedalando lo sommiamo a quello richiesto dalle gambe, magari protratto per alcune ore, è facile intuire come sia consigliabile prestare attenzione a questo particolare.

    Un errore frequente
    L’errore di stringere le mani è frequente, ma correggibile. Quando la fatica comincia a farsi sentire, tutti tendiamo ad irrigidirci sulla bicicletta, e alcuni addirittura perdono scioltezza e stile. Un antico adagio caro al fascino del ciclismo su strada, recita che lo stile è sinonimo di rendimento, ma pochi riescono a rimanere sciolti e a pedalare correttamente anche quando lo sforzo arriva a livelli elevati. Il mondo dei professionisti è fortunatamente ricco di esempi che attestano la possibilità di riuscirci e ai quali ci si può ispirare: ricordate Indurain quando con la leggerezza di un grillo trascinava i suoi ottanta chili sulle rampe delle montagne, oppure quando, immobile sul manubrio della sua bici, scivolava a sessanta all’ora nelle crono del Giro e del Tour? E ricordate l’apparente e disarmante facilità del gesto atletico di Gianni Bugno quando, noncurante di ciò che accadeva alle sue spalle, “apriva il gas” e “toglieva tutti di ruota” senza scomporsi? La soluzione al problema di stringere le mani sta... nel conoscerne l’esistenza. Quando lo si sa, ci si presta maggiore attenzione. Provare per credere. Ogni volta in cui vi scoprirete a stringere le mani al manubrio, o ad avere le braccia tese e contratte, inspirate ed espirate profondamente e rilassatevi, e concentratevi quindi sulla pedalata. Risparmiate le energie, fisiche e nervose, per destinarle esclusivamente alle gambe.

    RILASSATE BRACCIA E MANI

    Pur non avendo una funzione diretta nell’azione impressa dal ciclista sulla bicicletta, anche gli arti superiori fanno la loro parte durante la pedalata. L’importante è che, impugnando il manubrio, non si schiaccino certi nervi...

    L’arto superiore svolge, nel ciclismo, una funzione di sostegno, oltre ad avere importanti compiti nella guida e nella frenata. All’azione di sostegno, più o meno impegnativa a seconda della posizione, seduta o in fuorisella, si aggiunge poi un’azione di trazione e spinta sul manubrio quando si è impegnati in sforzi massimali. Tale azione interviene in aiuto delle gambe, soprattutto in salita e durante le volate.
    È bene tuttavia sapere che il dispendio di energie è direttamente proporzionale alla massa muscolare impegnata nel gesto atletico. Maggiore è il numero di muscoli che devono contrarsi, maggiore sarà il dispendio energetico. Ne consegue che si deve cercare di pedalare senza impegnare l’arto superiore, limitando il più possibile la sua azione al solo sostegno del corpo e alla guida della bicicletta. Una corretta posizione influisce su tutto questo, e dunque sono particolarmente importanti la posizione del manubrio rispetto alla sella e la lunghezza del telaio o, meglio, la distanza del manubrio dalla sella. Abbiamo visto in precedenti articoli come, un manubrio basso ed una posizione sufficientemente lunga siano importanti per la schiena. Per l’arto superiore vale il medesimo discorso. Una posizione corretta, da questo punto di vista, porta ad avere il baricentro del nostro corpo situato in modo tale per cui si ha la sensazione di poter rimanere in posizione anche senza l’ausilio delle braccia. L’atleta non solo sprecherà meno energia, ma sarà anche in grado di cambiare la posizione delle mani sul manubrio con facilità, senza che ciò vada a discapito dell’equilibrio e della sua sicurezza.

    Il giusto equilibrio
    Le mani devono impugnare il manubrio senza avere la necessità di stringerlo e il braccio, con il gomito che deve sempre essere più o meno flesso, si deve mantenere rilassato. Tutto ciò è possibile solo se, come accennato, il baricentro del nostro corpo è correttamente posizionato e, di conseguenza, la distribuzione del peso corporeo sulla sella e sul manubrio ottimale. Qualora, come capita ad esempio in discesa, sia necessario un maggiore carico sulla ruota anteriore, lo si otterrà spostandosi sul sellino e modificando la posizione del tronco. Abbiamo detto che il gomito deve essere sempre più o meno flesso. Solo in questa posizione l’arto superiore si può comportare come un ammortizzatore, assorbendo eventuali irregolarità del terreno che andrebbero altrimenti a ripercuotersi sulla schiena e, in particolare, sulla cervicale. Arto superiore e cervicale, infatti, hanno reciproci rapporti, mediati dalle spalle.

    I disturbi agli arti superiori
    La parte dell’arto superiore che più facilmente è causa di disturbi è la mano. Difficilmente spalle e gomiti creano problemi se non in seguito a cadute, come ad esempio quando si rompe la clavicola, che nel ciclista si può facilmente fratturare. Segnaliamo, a livello del gomito, un’unica struttura che può andare incontro a processi infiammatori, seppure rari: il tendine del tricipite brachiale (muscolo posteriore del braccio che serve a distendere il gomito) alla inserzione al gomito. Questo tendine è particolarmente impegnato quando il ciclista mantiene a lungo posizioni aerodinamiche, specie con biciclette da cronometro. Ma torniamo alla mano. I disturbi più frequenti sono di natura nervosa. Si manifestano a livello delle dita con formicolii, alterazioni della sensibilità e dolori non ben definiti. La causa di tali disturbi va ricercata a livello del polso dal lato del palmo della mano. A tale livello passano infatti i nervi della mano attraverso dei canali formati dalle ossa del polso e dai legamenti. Compressioni di queste strutture per diretto contatto con il manubrio, per posizioni non adatte della mano e del polso o per eccessive vibrazioni possono infiammare i nervi causando così i disturbi citati. Particolarmente delicati e sensibili sono il tunnel carpale, dove scorre il nervo mediano, situato esattamente al centro del polso, e il canale del Guyon, dove scorre l’ulnare, situato più lateralmente ed esternamente, cioè verso il mignolo.

    Il manubrio
    La curva manubrio deve avere una larghezza prossima a quella delle spalle, in modo che l’atleta, impugnando la sua parte più esterna, dove piega, mantenga le braccia parallele fra loro. Poi, deve essere possibile impugnare la parte bassa del manubrio senza dover inclinare il polso. I moderni manubri con piega anatomica vengono incontro alle caratteristiche dell’arto superiore, risultando da questo punto di vista più idonei e comodi. Il manubrio, infine, deve essere rivestito con materiali di qualità che devono svolgere la duplice funzione di assorbire e attutire le vibrazioni e gli urti trasmessi alla ruota dal terreno, e di lasciar traspirare la pelle del palmo della mano in modo da limitare la sudorazione e garantire così una salda presa.

    La protezione delle mani
    I guanti completano le funzioni del nastro copri-manubrio. L’imbottitura, presente a livello del palmo della mano, ha la funzione anch’essa di attutire urti e vibrazioni rendendo l’impugnatura più confortevole. L’interposizione di questa specie di cuscino fra palmo della mano e manubrio riduce i rischi delle eccessive compressioni e dei traumi diretti sulle strutture nervose che abbiamo precedentemente descritto. Le imbottiture dei guanti sono realizzate con molti materiali diversi tra loro, ma offrono tutte, più o meno, lo stesso risultato. Oltre alla gommapiuma, già più moderna rispetto alla antica pelle di daino, è stata poi la volta della gomma e del gel fino ad arrivare all’efficientissimo Noene che è uno fra i materiali più ammortizzanti in assoluto. I guanti non sono, quindi, solo un accessorio che “veste”, ma anche un valido mezzo di prevenzione per i fastidi che si possono avere alle mani.

    COME COPRIRE I PUNTI NEVRALGICI

    I raffreddamenti più pericolosi per il ciclista, specie quando è particolarmente sudato, sono causati soprattutto dal vento d’incontro. Con alcuni accorgimenti, però, si può felicemente ovviare a questo inconveniente.

    Fermo restando il consiglio all’utilizzo dei nuovi e specifici tessuti preposti alla conservazione e alla protezione del microclima interno (La Bicicletta 12/97), onde evitare spiacevoli raffreddamenti nella stagione invernale, soprattutto a carico dell’apparato respiratorio, è bene adottare ulteriori accorgimenti.
    Se si utilizzano i moderni capi di abbigliamento realizzati con materiali antivento, la zona dei bronchi dovrebbe già essere sufficientemente riparata. Un ulteriore consiglio può essere tuttavia quello di evitare di sudare troppo in salita, magari aprendo un po’ la chiusura lampo del giubbino nel momento in cui ci si sente abbondantemente surriscaldati (la bassa velocità, in merito al fattore “vento d’incontro”, non dovrebbe presentare controindicazioni a tale pratica), anche se nel periodo invernale le salite dovrebbero in ogni caso essere affrontate con calma...
    Per affrontare la successiva discesa basterà poi richiudere velocemente la cerniera qualche metro prima di scollinare. Qualora la discesa fosse particolarmente lunga, si sia sudato comunque oltremodo durante la precedente ascesa e la temperatura sia particolarmente rigida, si potrà ricorrere a una mantellina (o a un gilet) antivento da togliere però non appena si arriva a valle e si ricomincia a spingere sui pedali.

    Un ultimo consiglio
    Per la discesa, un ultimo consiglio: cercate comunque di far girare le gambe. Anche nel caso in cui non ve ne fosse la necessità, ai fini della velocità, in discesa è infatti buona norma cercare di non far scendere troppo la temperatura corporea. Quando si smette di spingere, infatti, la frequenza cardiaca scende vertiginosamente (leggete il display del cardiofrequenzimetro...), e allo stesso modo la temperatura. Ciò comporta, oltre alla momentanea e pericolosa sensazione di freddo, anche la successiva difficile ripresa dell’azione. Per evitare questi inconvenienti basta far girare le gambe, anche solo accompagnando i pedali e comunque evitando in ogni caso di far scendere per periodi troppo lunghi la frequenza cardiaca sotto il limite delle 110 pulsazioni. Altro punto critico è il volto, in particolare la fronte e la bocca che sono esposte frontalmente all’azione del vento. Sulla fronte basterà indossare delle fasce tergisudore termiche o in materiale antivento, e gli unici due accorgimenti da adottare, che sono però indispensabili, sono di calzare la fascia piuttosto bassa, quasi a coprire le sopracciglia, e di sostituirla con una asciutta non appena essa sarà intrisa di sudore. Per quanto riguarda la bocca, invece, stanno prendendo sempre più piede, e a ragione, delle mascherine in neoprene, Windstopper® e similari, che, coprendo la bocca, il naso e le parti laterali delle guance, pur non ostacolando la respirazione grazie alla presenza di fori e feritoie di aerazione, consentono di proteggersi dal rischio di sinusiti e di riscaldare un po’ l’aria prima di immetterla nei bronchi e nei polmoni. Questa mascherina potrà essere indossata all’inizio dell’uscita in bicicletta e tolta e riposta nelle tasche del giubbino (occupa davvero poco spazio) quando la temperatura avrà raggiunto valori accettabili.

    LE INSIDIE DEL FREDDO

    La bassa temperatura, riducendo le difese del corpo, crea le condizioni ideali perché virus e batteri attacchino le vie respiratorie. Qualche consiglio su come difendersi e come curarsi, specie se non si vuol perdere questo periodo per l’allenamento.

    La stagione fredda e in particolare i cambi di stagione si caratterizzano per le frequenti epidemie influenzali. Evento temibile per il ciclista, il quale si trova costretto a stop obbligati, proprio nel momento in cui sta cercando la condizione migliore e ha bisogno di effettuar un buon numero di chilometri e uscite. Sorge l’eterno dilemma sul che cosa fare: fermarsi o continuare stoicamente l’allenamento? Rischiare, in altre parole, la condizione o la propria salute? A volte il problema lo risolve la malattia stessa, che ci colpisce in maniera da obbligarci al riposo forzato. Ma ecco il secondo dilemma: e quando riprendere la preparazione, forzare o no i tempi di recupero? Iniziamo esaminando le varie forme di malattie che possono colpirci, cercando di capire le cause, i rimedi, la possibilità di prevenirle e la convalescenza necessaria.

    Quali cause
    Le malattie da raffreddamento sono così chiamate perché in genere il fattore scatenante è il freddo. Il freddo di per se stesso non è in grado di farci ammalare, ma crea le condizioni ideali perché questo avvenga. Il freddo determina un abbassamento delle difese ed un’irritazione locale che consente alla malattia di attaccarci ed avere il sopravvento. Solitamente si tratta di infezioni causate da virus, ma a volte si può trattare di batteri. In linea generale le infezioni batteriche sono delle complicazioni, venendo a sovrainfettare le zone colpite dai virus: sono le conseguenze delle cosiddette forme “trascurate”. I virus di cui stiamo parlando fanno parte della grande famiglia dei virus influenzali, caratterizzati da una particolare predilezione per le vie respiratorie, che causano per lo più malattie a decorso benigno, ma che a volte possono essere particolarmente temibili.

    Le conseguenze
    Le malattie da raffreddamento colpiscono in genere, dunque, le vie respiratorie. Si tratta delle zone del nostro corpo attraversate dall’aria che respiriamo. L’aria passa attraverso il naso e la bocca per giungere in gola. La gola si divide in due parti, una più vicina all’esterno, la faringe, l’altra più profonda, la laringe. Attraversate la faringe e la laringe, l’aria, attraverso la trachea, raggiunge i bronchi per arrivare, poi, ai polmoni, dove avvengono gli scambi dell’ossigeno e dell’anidride carbonica con il sangue. Tutte queste strutture interne sono rivestite dalla mucosa, che è un tessuto particolare che svolge importanti funzioni sia di difesa dalle malattie, sia per la respirazione. A seconda della zona colpita avremo così riniti (comune raffreddore, che colpisce la mucosa che riveste il naso), faringiti, laringiti, tracheiti, bronchiti e polmoniti. Il raffreddore interessa la sola mucosa nasale e i sintomi sono limitati a tale sede: la respirazione nasale viene impedita dal gonfiore della mucosa e dalla produzione di catarro ed è accompagnata da mal di testa, lacrimazione e disturbi alle orecchie. Normalmente non si hanno alterazioni della temperatura. Il raffreddore, tuttavia, si può complicare in sinusite, che è l’infiammazione della mucosa di particolari cavità ossee a livello della fronte e delle mascelle. È sicuramente l’evento più benigno, e se la sintomatologia non compromette le condizioni generali, normalmente non vi è la necessità di sospendere l’allenamento, ad eccezione dei 2-3 giorni di sintomatologia acuta e naturalmente con precauzione. Per quanto riguarda la gola, possono essere colpite sia la faringe che la laringe o ambedue contemporaneamente.
    Il sintomo principale è il mal di gola che può essere accompagnato da febbre. Quando è interessata la laringe, al mal di gola si aggiungono la tosse, che tende ad avere un suono caratteristico oltre ad essere dolorosa, e variazioni della voce. Le corde vocali sono infatti situate a livello della laringe. In questi casi è bene sospendere l’attività fisica fino a completa remissione della sintomatologia (5-10 giorni), tendendo queste malattie ad estendersi anche a livello della trachea e dei bronchi.
    Il sintomo che caratterizza tracheiti e bronchiti è la tosse, inizialmente secca ed accompagnata da bruciore retrosternale, in seguito, dopo alcuni giorni, compare il catarro (tosse produttiva). La febbre è spesso presente e le condizioni generali sono più o meno compromesse. L’interessamento dei bronchi riduce invece la funzionalità polmonare, rendendo difficile il passaggio dell’aria (asma) e gli scambi a livello polmonare. È chiaro che la sospensione dell’attività fisica è un imperativo, potendo queste forme complicarsi facilmente sia venendo a interessare il polmone, sia trasformandosi in forme croniche con compromissione della funzione respiratoria. Dieci, quindici giorni o più di riposo di cure sono indispensabili per ottenere una perfetta guarigione prima della ripresa dell’attività fisica, salvo complicazioni o forme particolarmente ribelli. Il ciclista, d’altra parte, è particolarmente esposto ai problemi tracheo-bronchiali per l’attività che svolge. In salita si suda per l’elevato impegno richiesto, mentre in discesa ci si raffredda e si è esposti facilmente a sbalzi della temperatura in funzione delle condizioni climatiche e delle variazioni altimetriche. Trascurare le forme infiammatorie a carico delle vie respiratorie espone l’atleta a facili e frequenti ricadute. Le polmoniti sono malattie estremamente serie e gravi, potendo lasciare con estrema facilità danni più o meno importanti alla funzione respiratoria. Può, allora, essere necessaria l’ospedalizzazione, e le condizioni generali sono sempre compromesse: la ripresa dell’attività fisica non deve avvenire se non dopo un congruo periodo di convalescenza e la perfetta guarigione.

    La prevenzione
    Naturalmente il sistema più efficace è di evitare gli sbalzi di temperatura e di esporsi al freddo coprendosi adeguatamente. La zona più delicata per il ciclista è la parte anteriore del torace. I momenti più delicati sono invece la sospensione dell’attività motoria, come avviene durante una lunga discesa o al termine della seduta di allenamento, specie se si è sudati.
    Oltre a proteggersi nel modo migliore, è bene avere sempre la possibilità di cambiarsi con indumenti asciutti. Il giornale da mettere sotto la maglia, sul torace, è uno fra i più antichi ed efficaci sistemi. Oggi esistono però in commercio dei tecnici e validissimi capi di abbigliamento (mantelline e gilet) utili per ripararsi e rispettare la natura... (alzi la mano chi non ha mai buttato via sul ciglio della strada il foglio di giornale usato in discesa...).
    Da un punto di vista farmacologico si hanno a disposizione vaccini antinfluenzali sicuri ed efficaci e altri prodotti in grado di stimolare le difese immunitarie. Il vostro medico personale sarà sicuramente in grado di consigliare su quale eventuale prodotto optare e non è una cattiva idea ricorrere ad alcune medicine nel caso ci si ammali con facilità o si sia particolarmente “delicati” di bronchi. Una protezione aspecifica sembra inoltre fornirla la vitamina C. La dose di 500-1000 mg al giorno sembra poter aiutare il nostro organismo a difendersi dalle malattie.

    Come curarsi
    In questa sede non parleremo specificamente delle varie terapie, spettando al medico di famiglia decidere sulle cure del caso, ma forniremo solo alcuni consigli e indicazioni per capire e conoscere meglio le terapie necessarie.
    Gli atleti agonisti devono fare particolare attenzione a tutti gli spray nasali e ai prodotti specifici per influenza e raffreddore in quanto spesso contengono sostanze considerate doping. Bisogna ricordare sempre al proprio medico l’esistenza di questo pericolo ed eventualmente, nel dubbio, rivolgetevi a uno specialista e a un centro di medicina dello sport, che ben conoscono questi problemi.
    La terapia dell’influenza e del raffreddore è sintomatica. Ciò significa che le cure servono a controllare e ad attenuare i disturbi, i sintomi, senza alcun effetto sul decorso della malattia. Il principale obiettivo è quello di evitare eventuali complicazioni, soprattutto broncopolmonari, in modo che raffreddore ed influenza rimangano tali. I principali farmaci utilizzati sono gli antinfiammatori, adottati per controllare e limitare i danni della malattia, e gli antipiretici, per frenare la febbre quando è presente.
    A volte possono essere necessari gli antibiotici. Perché essi funzionino a dovere ci si deve attenere scrupolosamente alle indicazioni del medico. Innanzitutto vanno assunti nella dose giornaliera prescritta, rispettando il più possibile gli orari di assunzione (ogni 8, 12 ore) e la terapia deve essere protratta fino alla fine, indipendentemente da come ci si sente. In genere la terapia antibiotica non va sospesa prima di cinque o più giorni poiché, in caso contrario, si rischiano pericolose ricadute. A differenza di quanto si pensa, gli antibiotici non debilitano e non influiscono negativamente sulla condizione più della malattia stessa, causa principale.
    Alcuni vecchi rimedi ed alcuni accorgimenti possono risultare molto utili, naturalmente abbinandoli alle cure e terapie prescritte. Il raffreddore può così essere aiutato con i fumenti, che consistono nel respirare i vapori di acqua bollente arricchita con del bicarbonato e/o apposite essenze balsamiche (ad esempio eucalipto). La tosse e il catarro richiedono un ambiente umido e una buona idratazione. Umidificate dunque il più possibile soprattutto la camera in cui dormite, ricorrendo eventualmente a un umidificatore, e bevete abbondantemente. A proposito dei “vecchi rimedi”, non vanno dimenticati i vecchi “cataplasmi”. Essi consistono nell’applicazione sul torace, in caso di tosse e catarro, sulla fronte, in caso di raffreddore e sinusite, di un impasto caldo a base di farina vegetale, come la farina di semi di lino, avvolta in un telo.

    LE FIBRE MUSCOLARI

    La “quantità” di fibre che formano i muscoli dipende da fattori genetici. Non è dunque possibile influire sulla loro composizione, ma solo migliorarne il rendimento.

    Il muscolo è formato da numerose fibre, che sono delle lunghe cellule capaci di contrarsi sotto specifici stimoli che partono dal sistema nervoso centrale. I gruppi di fibre sono avvolti da fasce in fascicoli e ciascuna fibra contiene al suo interno dei filamenti, i miofilamenti, composti da actina e miosina. La miosina si lega all’actina, determinando l’accorciamento della fibra e, di conseguenza, la contrazione del muscolo.

    Le fibre muscolari
    Le fibre muscolari non hanno tutte le medesime caratteristiche: all’interno del muscolo ritroviamo infatti, in proporzioni diverse, almeno tre differenti tipi di fibre.
    Una prima classificazione divide le fibre in tipo I e tipo II, anche chiamate, “lente” o “rosse” le prime e “veloci” o “bianche” le seconde. Le fibre di tipo II si dividono a loro volta in tipo A e tipo B. Troviamo ancora un terzo tipo di fibre II, denominate di tipo C ma raramente presenti nella muscolatura umana.

    Le fibre di tipo I
    Le fibre di tipo I sono chiamate “lente” perché hanno una velocità di contrazione relativamente lenta, impiegando fra 90 e 140 ms prima di raggiungere la tensione massima che risulta uguale per tutte le fibre ed è pari a circa 4 kg/cm2; sono chiamate anche “rosse”, per l’elevato contenuto di mioglobina, un “parente” della emoglobina che serve a trasportare l’ossigeno dal sangue all’interno del muscolo. Grazie al loro caratteristico patrimonio enzimatico, queste fibre sono capaci di contrarsi a lungo prima di affaticarsi e per produrre energia utilizzano sia i grassi che il glucosio. Sono le fibre tipiche delle prestazioni di resistenza, che producono energia prevalentemente attraverso il metabolismo aerobico.

    Le fibre di tipo II
    Le fibre di tipo II sono chiamate “veloci” perché hanno una velocità di contrazione elevata, impiegando fra 36 e 80 ms prima di raggiungere la tensione massima; sono poi chiamate “bianche” per il differente contenuto di enzimi che producono energia rispetto alle fibre rosse. Per contrarsi utilizzano preferenzialmente glucosio e si affaticano rapidamente. Sono, queste, le fibre tipiche delle prestazioni di potenza e di velocità, e producono energia prevalentemente attraverso il metabolismo anaerobico lattacido e alattacido. Come detto, si dividono ulteriormente in fibre di tipo II A e II B in funzione delle capacità metaboliche: le fibre II A sono infatti capaci di produrre energia anche attraverso il metabolismo aerobico, assumendo, da questo punto di vista, una posizione intermedia fra fibre di tipo I e fibre di tipo II B. La quantità di fibre di ciascun tipo dipende da fattori genetici e razziali e inoltre varia per ciascun muscolo. Questo significa che veloci o resistenti si nasce e non si diventa. Attraverso l’allenamento non si può infatti influire sulla composizione in fibre del muscolo, ma solo migliorarne il rendimento e le capacità con stimoli specifici e allenamenti appropriati. La componente genetica e razziale è ben evidente se si pensa all’atletica leggera. Il nero americano è infatti, generalmente, il più dotato nelle prestazioni di velocità, mentre il nero africano eccelle nelle prestazioni di resistenza.

    L’ELETTROCARDIOGRAMMA

    A riposo e dopo lo sforzo. Così va effettuato il tracciato cardiaco valido ai fini dell’idoneità sportiva.

    La legge attuale prevede che venga effettuato un elettrocardiogramma in condizioni di riposo e successivamente un altro elettrocardiogramma dopo sforzo. Per sforzo la legge intende quello di salire e scendere un gradino (step test), e in particolare nel nostro Paese, è di uso corrente effettuare lo step test di Harward modificato secondo Montoye. Il test consiste nel salire e scendere per 30 volte al minuto e per 3 minuti un gradino di altezza variabile (30, 40, 50 centimetri) secondo la statura del soggetto.

    Secondo la legge
    Secondo la legge, la registrazione dell’elettrocardiogramma dovrebbe essere effettuata una volta terminato lo sforzo e dopo che il soggetto ha assunto la posizione clinostatica. In realtà, con modesti accorgimenti tecnici (accurata preparazione della cute, elettrodi monouso adesivi), è possibile ottenere anche durante lo sforzo tracciati di qualità sufficiente e per tale motivo non può più essere accettata la registrazione effettuata esclusivamente dopo il termine dell’esercizio.
    All’acme dello sforzo e a intervalli regolari dopo il termine dell’esercizio viene misurata la pressione arteriosa. Rispetto alle prove da sforzo effettuate con il cicloergometro o il nastro trasportatore, lo step test secondo Montoye presenta alcuni vantaggi e molti svantaggi che hanno suscitato e continuano a suscitare dubbi e perplessità nei cardiologi clinici circa la sua affidabilità. A fronte di una innegabile semplicità di esecuzione, una minore durata della prova e di costi limitati, esso spesso non consente una valutazione funzionale-cardiovascolare esauriente dal momento che risulta per molti soggetti un test largamente sottomassimale, ossia un test che non è in grado di portare il cuore a intensità di lavoro davvero elevate. Per tale motivo può non essere idoneo a svelare patologie quali, ad esempio, quella a carico delle arterie coronarie (cardiopatia ischemica), che spesso diventano palesi all’elettrocardiogramma solo quando il cuore raggiunge livelli di lavoro davvero importanti. Quindi, se lo step test si rivela ancora valido nella valutazione dei soggetti in età giovanile, esso risulta spesso inadeguato nella valutazione della popolazione di sportivi in età adulta e avanzata in cui è di gran lunga di più frequente riscontro la patologia delle arterie coronarie, malattia che può sfociare nell’infarto e/o nella morte improvvisa.

    Sarebbe raccomandabile...
    Pertanto sarebbe raccomandabile effettuare nei soggetti con più di 35-40 anni, un test da sforzo massimale al cicloergometro o al nastro trasportatore. Ciò comporta un piccolo aumento del costo della visita ma, in tali soggetti, un semplice step test, il più delle volte, può non essere sufficiente per escludere la presenza di lesioni potenzialmente assai pericolose. Ovviamente, in ogni caso, qualora necessario, il medico dello sport potrà richiedere di effettuare ulteriori indagini quali, ad esempio, ecocardiogramma ed elettrocardiogramma delle 24 ore.

    PIÙ SANI IN SELLA

    Con la visita di idoneità inizia il viaggio che un ciclista può percorrere insieme a un medico dello sport per migliorare la propria salute e le “performance” senza correre rischi.

    I recenti avvenimenti, relativi alle indagini in materia di doping, ai quali i mass media tuttora dedicano larghi spazi, hanno indubbiamente creato sconcerto nell’opinione pubblica e potrebbero aver insinuato il sospetto che i medici dello sport, in particolare quelli che seguono da vicino squadre e/o atleti singoli, nell’intento di migliorarne le capacità prestative, possano in qualche modo non tenere nella giusta considerazione la salute dell’atleta. Ciò non corrisponde al vero. Il problema, semmai, sta nel fatto che, probabilmente, solo un numero esiguo di medici sportivi negli ultimi anni potrebbe aver oltrepassato i confini del lecito prescrivendo ai propri atleti sostanze e/o farmaci non consentiti dalle vigenti normative in materia di doping e, quindi, pericolosi per la salute.
    Questo, però, non vuol dire che l’intera categoria dei medici sportivi in Italia debba essere messa sul banco degli imputati anche se, in realtà, si è cercato in alcuni casi, e da più parti, di strumentalizzare l’utilizzo di sostanze del tutto lecite per insinuare nell’opinione pubblica il sospetto che la figura del medico dello sport dovesse essere avvicinata a quella di uno stregone intento a somministrare ogni tipo di sostanza pur di aumentare il rendimento dei suoi atleti.
    A tal proposito è bene ricordare che la creatina, gli amminoadici ramificati, i pool di proteine, gli antiossidanti e altre sostanze ancora, tutte recentemente oggetto di denunce, di indagini e di interventi - non sempre perfettamente pertinenti e condivisibili - da parte di grossi ricercatori sui mass media, si possono facilmente trovare in vendita anche nei supermercati (con regolare autorizzazione del Ministero della Sanità) e che quindi anche le nostre nonne o i nostri figli possono consumarne senza alcuna prescrizione e controllo medico. Ma, al di là di ciò, che pure resta materia da chiarire e che ci si augura diventi al più presto oggetto di disposizioni più dettagliate inerenti dosaggio massimo ammissibile e alcune raccomandazioni d’uso, è utile sottolineare come la medicina dello sport italiana sia invece tenuta in grossa considerazione negli altri Paesi europei che ci riconoscono livelli di preparazione eccelsi e scuole di primissimo ordine. Molti Paesi europei, al fine di introdurre nei propri corsi di specializzazione universitari la medicina dello sport, hanno infatti chiesto informazioni e materiale ai direttori delle scuole italiane, riconoscendone l’indiscussa levatura scientifica e attestando l’estrema utilità della figura del medico dello sport in una società che sempre di più sta facendo proprio il concetto di salute e che vive il boom dell’attività fisica con una moltitudine di praticanti nelle palestre, negli impianti sportivi e sulle strade.

    Chi è il medico dello sport
    Il medico dello sport è un laureato in medicina e chirurgia che dopo il corso di laurea universitario, il più delle volte spinto dalla passione per lo sport (spesso si tratta di ex atleti di livello più o meno elevato), ha intrapreso il corso di specializzazione post-laurea in Medicina dello Sport. Tale specializzazione, riconosciuta dalle normative europee, ha una durata di quattro anni, richiede la frequenza obbligatoria alle lezioni e all’attività didattica di tipo pratico (esercitazioni spesso anche sui campi di gara) e contempla numerosi insegnamenti (circa 7-8 ogni anno) con esami di profitto annuali. Alla fine del corso, il medico dello sport ha acquisito solide conoscenze di anatomia e fisiologia dell’esercizio fisico, biochimica, dietetica e integrazione energetica, cardiologia, traumatologia, valutazione funzionale. Spesso il medico dello sport ha conseguito anche altre specializzazioni e in particolare la cardiologia e l’ortopedia possono risultare assai utili nell’esercizio della professione contribuendo ad aumentare le sue competenze specifiche.

    Le sue funzioni
    Lo scopo di questo e di altri articoli che troverete sulle pagine della nostra rivista nei prossimi mesi, è quello di far conoscere agli utenti la figura del medico dello sport, le sue specifiche competenze e la sua reale funzione che è quella di salvaguardare la salute della popolazione che pratica sport a tutti i livelli, di promuovere tra gli sportivi praticanti la diffusione dei concetti di conservazione della salute e benessere psicofisico senza dimenticare ovviamente che le sue conoscenze e la sua opera devono essere mirate anche al miglioramento delle capacità prestative dell’atleta, ovviamente nel pieno rispetto delle normative vigenti in tema di tutela della salute. In una parola, cercheremo di dare un contributo alla crescita del rapporto medico dello sport-atleta allargandone i confini, oggi troppo spesso limitati alla sola visita di idoneità allo sport agonistico. Per far questo seguiremo in un ideale itinerario le tappe più importanti e significative di questo rapporto professionale, ovviamente a partire dal primo incontro che comunemente coincide con la visita di idoneità agonistica.

    La visita di idoneità
    Dal 1982 vige in Italia una normativa di legge che prevede che ogni individuo che intenda praticare attività sportive di tipo agonistico e/o non agonistico debba sottoporsi a una visita di idoneità. Le varie federazioni sportive, adeguandosi a quanto previsto dalla legge, hanno indicato quali, tra le attività competitive da esse organizzate, dovessero essere considerate agonistiche e quali, invece, non agonistiche. Quindi, anche per prendere parte alle attività di tipo non agonistico, è comunque prevista l’effettuazione di una visita che, ovviamente, prevede un numero minore di esami rispetto a quella per l’agonismo. La legge era nata con l’intento di ridurre (se non eliminare) il numero di morti improvvise durante lo svolgimento di attività sportiva e comunque, in senso più lato, di limitare tutta quella serie di eventi negativi (infortuni, lesioni invalidanti, ecc.) che si potevano verificare quando a praticare uno sport era un individuo fisicamente non idoneo. Il legislatore chiariva inoltre che la visita di idoneità allo sport agonistico (e più recentemente anche quella per lo sport non agonistico) dovesse essere effettuata da uno specialista in Medicina dello Sport il quale doveva ovviamente assumersi anche tutte le responsabilità penali nel caso di eventi luttuosi a carico di sportivi ai quali fosse concessa l’idoneità pur non avendone i requisiti. A 17 anni dall’entrata in vigore di quella legge, anche grazie a successive modifiche e soprattutto al notevole miglioramento della preparazione e delle conoscenze del medico sportivo, si iniziano a vedere i primi indiscutibili risultati, tanto che altre nazioni europee vogliono adeguarsi alle nostre normative in tema di tutela sanitaria delle attività sportive.
    Qualche problema, comunque, si è dovuto affrontare e in particolare, in passato, si è assistito a una specie di “commercio sotto banco” delle visite di idoneità, tanto che alcuni medici dello sport, squalificando la professione e perdendone in dignità, usavano raggruppare intere polisportive (40-50 ragazzi) effettuando le visite “a domicilio” presso gli impianti della società e spesso in locali inidonei sia per condizioni igieniche sia per norme di sicurezza. Così facendo, riuscivano ad abbattere i costi, rilasciando certificati di idoneità alla cifra di 15-20.000 lire ciascuno: un’assurdità soprattutto perché ciò suscita grosse perplessità sulla qualità e l’accuratezza della visita considerando che 50 visite in 5-6 ore non consentono di dedicare a ogni singola visita più di una decina di minuti.
    Successivamente le regioni hanno iniziato a legiferare autonomamente in materia (alcune in maniera fin troppo accentratrice, tanto da riconoscere valide solo le visite effettuate presso pochissimi centri accreditati e dimenticando, di fatto, l’autonomia, e l’indipendenza professionale dei singoli medici dello sport che così non potevano operare), ed ora, anche se molto lentamente e con qualche reticenza, tutte si stanno conformando alla disposizione già vigente nella regione Lazio. Quest’ultima riconosce la figura dello specialista in Medicina dello Sport come preposta all’effettuazione delle visite di idoneità a patto però che egli effettui le visite solo in uno studio o in un ambulatorio autorizzato e quindi conforme alle normative vigenti in tema di studi medici e di ambulatori, che possegga gli strumenti che la legge ha stabilito essere necessari per l’espletamento di una visita di idoneità, che si impegni a non effettuare visite al di fuori dello studio, in locali non riconosciuti. Inoltre, sono stati fissati i prezzi minimi delle visite e pertanto una visita di idoneità allo sport agonistico per un individuo al di sotto dei 18 anni non può essere effettuata per meno di 50.000 lire, mentre non può costare meno di 70.000 la visita effettuata da un individuo con più di 18 anni. Attenzione, però, perché questi sono i prezzi minimi, e ciò vuol dire che un medico dello sport può anche aumentare queste tariffe soprattutto qualora ritenga di essere in grado di fornire una prestazione di più alto livello in funzione delle sue specifiche conoscenze e della qualità della strumentazione in suo possesso.
    La visita di idoneità allo sport non agonistico comprende l’anamnesi, la visita clinica e l’elettrocardiogramma a riposo; la visita di idoneità allo sport agonistico comprende invece l’anamnesi, la visita clinica, la spirometria, l’elettrocardiogramma a riposo e dopo sforzo (step test), l’esame delle urine.

    Perché va effettuata
    Quasi tutte le discipline sportive comportano un notevole impegno cardiovascolare. Il ciclismo, in particolare, in quasi tutte le sue specialità, richiede un impegno cardiovascolare da elevato a massimale e, in molti casi, per lunghi periodi di tempo. È evidente, quindi, che i praticanti non possono assolutamente presentare patologie di rilievo a carico soprattutto del cuore, ma anche di altri organi e apparati (polmoni, vasi, reni ecc.).
    Le patologie cardiache costituiscono, poi, la stragrande maggioranza delle cause di decesso durante la pratica di attività sportive e, per tale motivo, anche la causa di gran lunga più frequente di inidoneità. Ne consegue che diventa assolutamente necessario sottoporsi a una visita accurata che sia in grado di escludere la presenza di patologie cardiache importanti.
    Nonostante ciò, l’atteggiamento di molti è quello di ritenersi in perfetta forma, di non avere bisogno di visite e, quindi, di considerare la visita di idoneità perfettamente inutile, anzi solo una spiacevole incombenza, un obbligo cui non ci si può sottrarre per motivi di legge. Si finisce con il cercare di evitarla, o perlomeno la si affronta con spirito poco collaborativo, magari scegliendo il medico che a detta di tutti è il più sbrigativo, il meno “pignolo” possibile e, semmai, anche il meno esoso. Non è affatto raro che tale atteggiamento si trovi proprio in soggetti in età adulta, matura e avanzata, quelli cioè che per età e fattori di rischio hanno una più alta probabilità di presentare patologie cardiovascolari (ipertensione arteriosa, cardiopatia ischemica, ecc.) e che quindi dovrebbero sottoporsi al controllo spontaneamente. Tutto ciò senza considerare che spesso tale controllo è la prima importante visita cui ci si sottopone nel corso della vita e che comunque essa può consentire di evidenziare piccole disfunzioni e/o patologie che, senza vietare l’attività sportiva, una volta individuate, possono poi essere seguite e/o trattate al fine di evitare sequele più serie con il passare degli anni.

    Come arrivare preparati
    Innanzitutto è opportuno affrontare la visita con lo spirito giusto. Molti, come detto, la vedono come una spiacevole incombenza, un ostacolo da superare, la affrontano malvolentieri e spesso con spirito poco collaborativo. Alcuni giocano addirittura a nascondino non facendo cenno ad alcuni problemi fisici che avvertono per la paura di essere inidonei. Altri, infine, accettano malvolentieri il consiglio di effettuare esami aggiuntivi per chiarire qualche dubbio diagnostico o, peggio, il giudizio di inidoneità. Allora si inizia a girare da un medico sportivo all’altro nella speranza che uno di loro possa concedere l’agognato lasciapassare.

    La collaborazione
    Ma l’atteggiamento più corretto dovrebbe essere quello della estrema collaborazione nella convinzione che proprio l’effettuazione di una buona visita può consentire di affrontare l’attività sportiva senza il timore di incorrere in spiacevoli sorprese e quindi in una situazione psicologica invidiabile, soprattutto in età matura e avanzata, allorquando qualche piccolo campanello di allarme inevitabilmente può iniziare a suonare.
    D’altra parte anche l’esito negativo deve essere accettato senza rancori poiché serve a evitare di esporsi a sforzi eccessivi che potrebbero risultare assai dannosi se non addirittura letali. Spesso l’inidoneità allo sport agonistico non equivale all’impossibilità assoluta di praticare attività sportiva, ma solo alla necessità di limitare l’impegno circoscrivendolo a intensità di esercizio più contenute. Quindi lo spirito più giusto nell’affrontare la visita è quello della piena collaborazione, e a tal fine è senz’altro utile concentrarsi nei giorni precedenti per poter riferire al medico piccoli dubbi, incertezze, sintomi avvertiti specie se concomitanti con l’attività fisica. Infine, è necessario portare con sé tutta la documentazione medica disponibile, meglio se raccolta in ordine di tempo.
    In particolare, possono rivelarsi assai utili radiogrammi del torace, analisi cliniche, copia di cartelle cliniche in caso di ricoveri in centri di cura e, in particolare, vecchi elettrocardiogrammi, anche se relativi alla propria infanzia, per far sì che il medico possa convincersi che piccole anomalie dell’elettrocardiogramma non sono insorte recentemente e anzi sono rimaste costanti nel corso degli anni. Tutti i praticanti attività sportive dovrebbero quindi avere una cartellina personale ove conservare con scrupolo e precisione la documentazione sanitaria e portarla in visione ogniqualvolta si renda necessario..

    Come avviene la visita
    Raccolta di informazioni e accurata indagine. Ecco cosa avviene durante il primo incontro con il medico.
    La visita inizia con la raccolta dei dati identificativi personali e subito dopo il medico chiede all’atleta di ricordare tutte le più importanti malattie sofferte nella vita, il motivo di eventuali ricoveri in ospedali, gli interventi chirurgici subiti, eventuali allergie. Un momento molto importante è quello delle domande relative all’anamnesi familiare, ossia l’indagine che consente al medico di stabilire quelle che sono le malattie più frequenti nella famiglia cui l’atleta può, pertanto, risultare più facilmente soggetto. Sarà utile ricordare con precisione i problemi di salute dei genitori e dei nonni paterni e materni, la causa di eventuali decessi e soprattutto se in famiglia (quando per famiglia si intende oltre ai genitori e ai nonni anche fratelli, sorelle, zii, cugini) sono diffuse patologie quali infarto, cardiopatie congenite, diabete, ipertensione arteriosa, ipercolesterolemia, o se ci sia stato qualche caso di morte improvvisa, specie se in giovane età. Successivamente il medico indagherà sulle abitudini di vita del soggetto che si sottopone alla visita chiedendo se fuma e, nel caso, da quanto tempo e quante sigarette in media al giorno, se consuma caffè o bevande nervine in genere, alcolici o superalcolici.
    Altro momento importante è quello in cui il medico chiede notizie sull’attività sportiva svolta, sul numero e l’intensità degli allenamenti effettuati di solito in una settimana, sui risultati agonistici conseguiti, il tutto per rendersi conto del tipo di impegno cui l’atleta ha sottoposto e sottoporrà il proprio fisico.
    Dopo la misurazione della statura e del peso, il medico dello sport dovrebbe effettuare un’accurata visita clinica che, dopo aver esplorato i vari organi e apparati accessibili alle manovre di semeiotica, culmina con l’auscultazione del torace (cuore e polmoni) e la misurazione della pressione arteriosa. È un momento assai importante perché il medico esperto può sicuramente rilevare attraverso l’esame obiettivo segni che possono far nascere il sospetto di eventuali anomalie su cui indagare successivamente con esami più approfonditi. Spesso è il rilievo di soffi cardiaci, di aritmie o di valori pressori elevati che induce il medico dello sport a richiedere prima della concessione dell’idoneità l’effettuazione di esami aggiuntivi quali ecocardiogramma, elettrocardiogramma dinamico delle 24 ore, monitoraggio delle 24 ore della pressione arteriosa, prova da sforzo massimale al cicloergometro.

    IMPARIAMO A RESPIRARE

    Una corretta respirazione porta la giusta quantità di ossigeno al sangue ed elimina l’anidride carbonica che esso contiene. Vediamo di che si tratta.

    Quando si sta svolgendo una attività fisica, i muscoli consumano ossigeno per produrre l’energia necessaria alla loro contrazione e producono anidride carbonica che rappresenta uno dei materiali di scarto del processo di contrazione. Aumentando l’intensità dello sforzo crescono anche il bisogno di ossigeno e la produzione di anidride carbonica e di conseguenza aumenta la frequenza cardiaca per portare più sangue ai muscoli. Ce ne accorgiamo facilmente dalla quantità di aria respirata con la comparsa del tipico “fiatone”. Attraverso la respirazione si fornisce l’ossigeno al sangue e si elimina l’anidride carbonica in esso contenuta. L’aumento della quantità d’aria respirata è un importante segnale in grado di indicarci quanta fatica stiamo facendo e sicuramente la respirazione ci dà indicazioni più chiare o facilmente comprensibili dell’aumento del battito cardiaco. In genere riusciamo a capire bene a quale intensità di lavoro siamo dalle sensazioni respiratorie. Il fiatone, inteso come respirazione tanto elevata da dare una sensazione quasi di soffocamento, di mancanza d’aria, è quella che in genere ci costringe a ridurre l’intensità del lavoro e a volte anche a fermarci per “riprendere fiato”.

    Come è fatto e come funziona
    L’apparato respiratorio è formato da diverse strutture: il naso e la bocca, la faringe, la laringe, la trachea, i bronchi, i polmoni. L’aria entra attraverso il naso o la bocca, passa attraverso la faringe e la laringe per raggiungere la trachea, che, a sua volta, in prossimità dei polmoni, si divide in due parti: i bronchi. Il bronco di destra e quello di sinistra portano l’aria rispettivamente al polmone destro e sinistro. All’interno del polmone i bronchi si dividono poi più volte, diventando sempre più piccoli a ogni divisione. Trachea e bronchi formano una struttura arborescente, cioè un albero capovolto, dove la trachea è il tronco e i vari bronchi sono i rami. I bronchi terminano negli alveoli, la sede degli scambi fra il sangue e l’aria, e gli alveoli sono delle piccole sfere avvolte dai vasi sanguigni. Questa struttura può essere paragonata a un grappolo d’uva, dove gli acini sono gli alveoli e i piccoli bronchi il graspo.
    Il polmoni, poi, sono avvolti da una membrana, la pleura, e sono contenuti nella gabbia toracica, formata dalle coste che si uniscono davanti attraverso lo sterno, e dietro attraverso le vertebre, formando una vera e propria gabbia. Internamente la gabbia toracica è rivestita anch’essa da una membrana formata da un ripiegamento della pleura, mentre esternamente e fra le coste abbiamo i muscoli respiratori. La cavità toracica è separata dall’addome da un muscolo chiamato diaframma.
    Abbiamo detto che la pleura, dopo aver rivestito il polmone, si ripiega e va a rivestire l’interno della gabbia toracica. Fra queste membrane c’è il vuoto, in modo che esse non possano essere separate. Questa caratteristica è estremamente importante perché consente la respirazione: i muscoli respiratori aumentano le dimensioni della gabbia toracica alzando le coste, il diaframma, contraendosi, si abbassa, e i polmoni si gonfiano trascinati dalla pleura.

    La respirazione
    La respirazione è un atto involontario/volontario. Infatti respiriamo senza rendercene conto, senza doverci pensare, ma se vogliamo possiamo trattenere il fiato, stare in apnea, respirare più o meno velocemente o con respiri più o meno profondi.
    In condizioni di riposo compiamo una ventina di atti respiratori al minuto inferiori, come ampiezza, a un litro di aria. Utilizziamo circa un quinto della quantità d’aria massima che i nostri polmoni contengono e respiriamo una decina di litri di aria al minuto. Sotto sforzo aumenta la quantità d’aria respirata fino a oltre 200 litri al minuto, con ogni respiro utilizziamo circa la metà della quantità massima di aria contenibile nei polmoni ed eseguiamo più di 60 respiri al minuto.
    Per aumentare la quantità di aria respirata, cioè la ventilazione, abbiamo quindi due possibilità: la prima di fare atti respiratori, cioè respiri, più ampi e profondi, la seconda di aumentare il numero di atti respiratori. Sotto sforzo vengono utilizzate tutte e due queste possibilità, sfruttando inizialmente, cioè a basse intensità d’esercizio, l’ampiezza degli atti respiratori, e in seguito, con il crescere dell’intensità dell’esercizio, aumentando il numero di atti respiratori.
    A questo proposito è bene segnalare come non sia necessario impegnarsi a respirare in una maniera piuttosto che in un’altra: infatti non è assolutamente vero che sia meglio respirare profondamente e lentamente piuttosto che frequentemente. Il sistema di controllo involontario della respirazione sa esattamente cosa deve e come deve fare, in qualunque condizione ci si trovi. I meccanismi che determinano l’aumento della respirazione sotto sforzo, tuttavia, non sono completamente chiariti. La respirazione a riposo risente maggiormente degli aumenti dell’anidride carbonica che della carenza di ossigeno, mentre durante l’attività fisica l’incremento della ventilazione è superiore alle variazioni di questi gas, a indicare sicuramente un’influenza importante dei movimenti e della contrazione dei muscoli. Una situazione particolare si determina quando si compiono sforzi molto intensi e improvvisi: l’aumento della respirazione tende ad avvenire in ritardo, a dimostrazione di come in queste situazioni i muscoli lavorino senza ossigeno. Inoltre, in caso di sforzi meno improvvisi, la respirazione inizialmente cala abbastanza rapidamente, per poi rimanere più a lungo un po’ più alta rispetto al normale. In queste situazioni l’aumento della respirazione serve soprattutto ad eliminare l’anidride carbonica prodotta, a riportare alla normalità l’acidità del sangue e a fornire più ossigeno per recuperare lo sforzo fatto.
    A differenza di quanto si può pensare, le capacità massime di lavoro del nostro organismo non dipendono dall’apparato polmonare, a condizione che sia sano e perfettamente efficiente. Questo apparato è in grado di svolgere il suo mestiere molto bene. I limiti alla prestazione fisica sono dunque legati alle capacita dell’apparato cardio-circolatorio e del muscolo: le prestazioni massime dipendono dalla quantità di ossigeno non fornita al sangue attraverso la respirazione, ma trasportata attraverso il sangue ed estratta dai muscoli.

    Problemi polmonari
    I principali problemi polmonari nel ciclista interessano i bronchi. Si tratta di processi infettivi causati da virus o batteri che prendono il nome di bronchiti. La maggior parte di queste patologie sono su base influenzale o complicazioni di influenze trascurate. Il sintomo dominante è la tosse, inizialmente secca, che in seguito si trasforma in produttiva o grassa quando compare il catarro, spesso indice di infezione batterica.
    La febbre è un cattivo segno, soprattutto se alta e con rapidi alti e bassi nella giornata: può indicare che si è di fronte a una polmonite. Il processo infiammatorio bronchiale può inoltre far restringere i bronchi più piccoli. Essi infatti possiedono nella loro parete dei muscoli che servono a fare modificare l’ampiezza a seconda delle necessità. Quando il loro lume si restringe troppo, ci si trova di fronte al cosiddetto broncospasmo, causa dell’asma. L’insorgenza di questo fenomeno complica la bronchite, trasformandola nella forma chiamata bronchite spastica, cioè bronchite associata ad asma.
    La componente asmatica si riconosce all’auscultazione del polmone e viene avvertita come una difficoltà ad espirare, accompagnata da sibili e fischi. L’asma, comunque, può anche esistere da sola, come malattia. Oltre alle forme asmatiche causate da allergie a determinate sostanze, come la polvere o i pollini, esistono delle forme dovute all’attività fisica. In genere queste forme sono scatenate dalla corsa a piedi e, meno frequentemente, dall’attività ciclistica: il fenomeno si presenta sotto sforzo e soprattutto nel recupero. La diagnosi viene fatta con appositi test, in cui si valuta la funzionalità respiratoria durante e dopo lo sforzo.

    Come respirare
    Spesso ci si chiede come si deve respirare durante l’attività fisica. Una prima questione è se sia meglio respirare con il naso o con la bocca. Le vie respiratorie svolgono una importante funzione: preparano l’aria affinché siano possibili gli scambi di ossigeno e anidride carbonica a livello degli alveoli polmonari. A livello degli alveoli l’aria deve essere a temperatura corporea, 37 C°, deve essere satura di umidità, cioè al 100%, e deve essere priva di particelle estranee, come la polvere. L’aria passando attraverso il naso si umidifica, si purifica, lasciando depositate le impurità sulla mucosa nasale e viene riscaldata. Le cavità nasali sono concepite e costruite per assolvere al meglio questo compito. Quando si respira con la bocca queste operazioni si svolgono dalla trachea in giù, risultando quindi meno efficaci. Inoltre l’aria passando attraverso la bocca colpisce la gola seccandola ed esponendola più facilmente a irritazioni.
    Sembra quindi ovvio affermare che si deve sempre respirare con il naso e mai con la bocca. Tuttavia le cavità nasali hanno un limite, che è la quantità massima di aria che riesce ad attraversarle. Fino a quando le richieste si aggirano attorno ai 40-60 litri di aria al minuto è possibile respirare solo dal naso, ma quando l’intensità del lavoro richiede volumi d’aria superiori è indispensabile ricorrere alla bocca. Quando si deve ventilare molto si ricorre contemporaneamente a naso e bocca.

    Come ci si deve comportare?
    E allora, come ci si deve comportare? Fintanto che è possibile, cercate di respirare con il naso, eventualmente inspirando con il naso ed espirando con la bocca, guadagnando così qualche litro in più grazie a un’espirazione facilitata. Quando le richieste di aria aumentano, si deve abbandonare la respirazione nasale e passare alla respirazione con la bocca senza porsi troppi problemi: non è altrimenti possibile, come detto, garantire al nostro organismo in attività tutta l’aria di cui necessita. Per quanto riguarda il ritmo in relazione al gesto, non vi sono regole precise trattandosi di un gesto ciclistico in cui gli arti inferiori si contraggono alternativamente. Diverso è quando si svolgono esercizi di stretching o di pesistica: nel primo caso si inspira profondamente e si espira lentamente e profondamente durante la fase di allungamento, nel secondo caso si inspira durante lo sforzo e si espira durante il rilasciamento.

    LA ZONA PERINEALE

    Il contatto tra il nostro corpo e la sella può essere la causa di noiosi fastidi per chi va in bici. Ecco allora come è possibile prevenire e alleviare i dolori.

    Il soprassella è quella zona del nostro corpo che viene a contatto con la sella. Anatomicamente questa zona si chiama perineo ed è delimitata in avanti dai genitali e dall’osso pubico, posteriormente dall’orifizio anale e lateralmente dalle due ossa del bacino, le tuberosità ischiatiche. Le tuberosità ischiatiche hanno il compito di sorreggere il peso del nostro corpo quando siamo seduti.
    La zona perineale è rivestita di cute ricca di peli e di ghiandole sudoripare e sebacee e contiene al suo interno diverse strutture anatomiche: troviamo vasi e nervi che si dirigono agli organi sessuali, troviamo la vescica e l’uretra, il condotto attraversato dall’urina, e negli uomini, la prostata. Le strutture che soffrono la posizione in sella sono soprattutto la cute e le sue strutture, peli e ghiandole, i vasi ed i nervi, meno l’uretra e la prostata.

    Le principali patologie
    I problemi e le patologie sono allora causati dallo sfregamento della cute contro il fondello dei pantaloncini e dalla pressione esercitata dalla sella. Altre patologie, che colpiscono la cute, sono invece comuni anche ad altre attività sportive e sono causate, ad esempio, dalla sudorazione e dalla macerazione della pelle.
    Le malattie possono così essere considerate su base meccanica oppure infettiva, causate da batteri virus, funghi o miceti, e le patologie su base meccanica dipendono, in parte, dall’uso di attrezzature inadeguate o non adatte alle proprie caratteristiche: la sella è la principale causa di sofferenza.

    I principali disturbi
    Il fastidio ben conosciuto da tutti i ciclisti è la perdita di sensibilità, la presenza di formicolii ai genitali. Il disturbo è causato da una compressione a livello del perineo dei fasci vascolo-nervosi che lo attraversano. I sintomi si alleviano facilmente modificando la posizione in sella o, meglio, alzandosi sui pedali. In genere essi compaiono quando si mantengono a lungo posizioni aerodinamiche e si scivola in avanti sul sellino per ricercare la massima spinta sui pedali.
    Compressioni eccessive e protratte, tuttavia, possono a lungo andare essere dannose, per l’uretra e per la prostata. La causa può ricercarsi nel sellino, e in primo luogo si deve controllare la sua posizione: la superficie di appoggio deve essere parallela al terreno. Si può facilmente verificare la posizione del sellino posizionando su di esso una livella e controllando che sia in bolla rispetto al terreno, naturalmente con la bicicletta perfettamente in piano. La punta della sella può essere rivolta in alto o in basso di qualche millimetro, ovvero più o meno in bolla, ma sempre quasi in bolla. In secondo luogo si deve verificare la sua condizione: con la comparsa dei primi sintomi si deve verificare se la sella si deforma eccessivamente sotto il peso del corpo. Una sella non è eterna e quando la sua struttura cede per usura e si “imbarca” deve essere cambiata. Per quanto riguarda la forma della sella è difficile dare precise indicazioni. La sua forma, infatti, si deve adattare alle caratteristiche personali.
    Le due tuberosità ischiatiche si devono appoggiare sulla sella mantenendo il perineo sospeso, o comunque non compresso contro la parte anteriore della sella. In altre parole, la sella deve essere stretta, proporzio-nata alla distanza fra le due tuberosità. La distanza fra le due tuberosità è infatti individuale ed in particolare è maggiore nella donna rispetto all’uomo. È questo il motivo principale per cui una sella definita comoda da qualcuno, può non esserlo affatto per altri, e perché risulti particolarmente difficile alle donne trovare selle adeguate. Oggi, comunque, numerose ditte hanno ideato anche selle appositamente concepite per il sesso femminile, un po’ più larghe e corte.
    A differenza di quanto si possa pensare, non è detto che una sella ecces-sivamente morbida ed imbottita sia anche comoda. Il materiale di rivestimento può infatti comprimere eccessivamente, modellandosi ed adattandosi alle nostre forme. Il rivestimento della sella deve essere morbido, ma non eccessivamente spesso.
    E, come detto, le forme diverse e tutti gli accorgimenti ideati per rendere più comoda la sella non è detto che ben si adattino alla nostra fisionomia. I principi alla base della loro ideazione sono naturalmente corretti, ma non si adattano a tutti. È quindi ovvio pensare che se esistono diverse soluzioni significa che non esiste la soluzione ideale per tutti. E di soluzioni di qualità, veramente per tutti, ne esistono in grande numero.

    Le malattie cutanee
    Le malattie cutanee perineali ciclistiche sono molteplici. Esse spaziano dai semplici arrossamenti ed irritazioni, alla formazione di piccole lesioni, piccoli tagli, a processi infettivi come i foruncoli, le micosi e la formazione di cisti di diversa natura. Causano queste patologie gli sfregamenti fra la cute, i calzoncini e la sella, con la collaborazione della sudorazione.
    Gli sfregamenti irritano la cute, che appare rossastra, prude e a volte brucia anche. Su questo terreno trova condizioni favorevoli lo sviluppo di microrganismi patologici. I peli, strappati, possono, ricrescendo rimanere all’interno della pelle senza trovare modo di uscire, anche a causa dell’occlusione dell’orifizio pilifero. Si formano così foruncoli, se si annidano batteri, o cisti, per lo più di natura sebacea. Accanto alla radice del pelo abbiamo infatti delle ghiandole che producono una sostanza chiamata sebo e l’occlusione del canale di fuoriuscita del sebo determina la formazione della cisti, ovvero una formazione sferica contenente appunto il sebo che non ha più via di uscita.
    I foruncoli sono dei piccoli ascessi sottocutanei causati da un’infezione batterica (il germe si chiama stafilococco) del follicolo pilifero, la radice del pelo, e possono presentarsi isolati oppure diffusi. In questo secondo caso si parla di foruncolosi. Il loro trattamento consiste nel rispetto di norme igieniche: lavare ed asciugare la cute accuratamente ed applicare prodotti disinfettanti ed antisettici. A volte può essere necessaria l’incisione chirurgica o l’applicazione locale o l’assunzione di prodotti a base di antibiotico. Le cisti, invece, se diventano voluminose e dolorose, devono essere trattate il più delle volte chirurgicamente. Le irritazioni richiedono trattamenti simili ai foruncoli, cioè un accurata igiene e l’uso di prodotti antisettici. Particolare attenzione deve essere fatta affinché le semplici irritazioni non si complichino con una sovrainfezione batterica o virale. In questi casi, o comunque in caso di irritazioni particolarmente importanti e persistenti, è d’obbligo ricorrere allo specialista dermatologo. Una patologia tipica del ciclista a livello perineale è l’epidermite fibrosa: la sudorazione, il riscaldamento, lo sfregamento ripetuto. I conseguenti microtraumatistmi ed irritazioni possono causare un rigonfiamento (edema) del perineo di consistenza dura.

    La prevenzione
    Abbiamo già parlato della scelta della sella, che deve fondamentalmente essere adatta alle proprie caratteristiche anatomiche: sufficientemente larga da garantire un appoggio corretto delle tuberosità ischiatiche senza eccessive compressioni sul perineo, morbida ma non deformabile e con il rivestimento non eccessivamente spesso e comprimibile. Purtroppo il solo modo di verficare l’effettiva comodità è quello di provarla, sperando di aver fatto una buona scelta.
    In secondo luogo si deve prestare attenzione agli indumenti. I pantaloncini devono essere di buona qualità, in particolare il fondello: oggi esistono fondelli costruiti con materiali traspiranti, in grado di assorbire il sudore e con caratteristiche antibatteriche. Verificate poi, periodicamente, lo stato del fondello, sostituendolo, o sostituendo i calzoncini quando hanno perso la loro morbidezza e compaiono pieghe che persistono alla sua distensione. I calzoncini devono essere naturalmente lavati con frequenza e, perché no, ricorrendo a detersivi disinfettanti come quelli per gli indumenti intimi del bebè. Analogo discorso vale per l’igiene personale: la cute va lavata con sapone ed acqua, ricordando che la miglior azione disinfettante viene esplicata dallo sfregamento e non dal sapone. Nella scelta del sapone sono più indicati i saponi a Ph acido, che rispettano il normale ambiente presente sulla cute: l’ambiente acido cutaneo è la miglior difesa contro le infezioni fungine, le micosi. I prodotti o detergenti ad azione disinfettante specifica, come ad esempio i detergenti comunemente usati dai chirurghi, non devono comunque essere utilizzati con regolarità e continuità, in quanto la loro azione detergente riduce le comuni difese cutanee ed inoltre si possono scatenare delle reazioni allergiche o ipersensibilità alle sostanze in essi contenuti. È quindi bene che il loro uso sia solo occasionale e non regolare, a meno di patologie cutanee che ne consiglino l’uso. Per soffrire meno, un consiglio valido, soprattutto per i debuttanti non ancora abituati a stare in sella, è quello di utilizzare coperture con diametro maggiore, preferendo copertoncini da 23 piuttosto che da 20, senza gonfiarli eccessivamente.
    In caso di foruncoli o lesioni cutanee può essere d’aiuto l’uso di cerotti per calli: si tratta di cerotti a forma di anello di materiale spesso e morbido, che vanno posizionati in modo che la lesione sia al centro, non a contatto con il cerotto. È così possibile limitare la pressione esercitata sulla lesione, attenuando in parte i sintomi.
    Si sconsiglia naturalmente, per ovvi motivi, che non necessitano di spiegazioni, il vecchio sistema della bistecca posizionata fra perineo e fondello del calzoncino...

    PARLIAMO DI CONTUSIONI

    La contusione è un trauma diretto che causa una compressione e uno schiacciamento dei tessuti. Vediamo bene di che si tratta.

    La contusione è un trauma diretto che causa una compressione e uno schiacciamento dei tessuti, che quando semplice non determina lesioni della cute sovrastante.
    Quando, invece, il trauma lede anche la cute, lacerandola, abbiamo le ferite lacero-contuse e la caduta in bicicletta è in genere causa di contusioni e ferite isolate o combinate, appunto, in ferite lacero-contuse. La presenza della ferita dipende da come avviene il trauma: se la forza contusiva agisce perpendicolarmente alla parte colpita non avremo lesioni della cute, mentre se agisce tangenzialmente avremo anche la lacerazione della cute per lo sfregamento.
    La gravità della contusione dipende dall’intensità del trauma: a seconda dell’intensità possono infatti venire lesi i tessuti più o meno in profondità. L’intensità del trauma deriva non solo dalla dinamica della caduta, ma soprattutto dalla concentrazione delle forze lesive.
    Cadere su di una superficie liscia e vasta determina un’area di impatto e una distribuzione del trauma su di una superficie maggiore con una forza minore.Cadere su oggetti con superficie minore determina, invece, una maggiore concentrazione della forza lesiva su di una superficie più piccola.
    A parità di intensità di trauma, nel primo caso avremo contusioni che interessano superfici maggiori del nostro corpo, mentre nel secondo contusioni che causano danni maggiori.
    La gravità della lesione dipende anche dalle capacità di assorbire l’urto della superficie contro cui si urta.
    Per spiegare meglio questi concetti, anche se abbastanza evidenti, si pensi di mancare la sedia sedendosi e di cadere sul pavimento di casa, su di un prato o su di un terreno irregolare per la presenza di sassi. Nei primi due casi i danni saranno sicuramente minori, soprattutto se si cade sul prato morbido, che deformandosi assorbe parte dell’urto, mentre nel terzo caso la contusione interesserà zone più piccole causando, però, danni maggiori.

    Quanti tipi di contusioni
    Le contusioni che interessano solo il sottocute hanno prognosi benigna, guarendo perfettamente senza lasciare esiti, a parte eventuali cicatrici in caso si laceri la cute.
    I traumi che interessano tessuti profondi sono in genere più gravi e possono essere invalidanti. Un trauma di forte entità può infatti causare la rottura di un muscolo, di un osso (frattura), di un organo o causare emorragie interne.
    Per contusioni lievi intendiamo i traumi estesi al solo sottocute.Il danno principale è la fuoriuscita di sangue dai vasi sanguigni lesi. La zona contusa nell’arco di ore assume il caratteristico colorito violaceo e si gonfia per la presenza del sangue e della linfa.L’evoluzione è benigna, guarendo anche spontaneamente.
    Con il passare del tempo il sangue fuoriuscito modifica il suo colore a causa dei processi di riassorbimento, passando dal blu viola al verdognolo e al giallastro.Questa macchia prende il nome di ecchimosi, a indicare l’infarcimento di sangue del tessuto senza una vera e propria raccolta.
    Nelle contusioni profonde, l’entità del trauma è tale da interessare anche le strutture poste al di sotto del sottocute.
    Possono essere lesi il muscolo, l’articolazione o l’osso. Anche in questo caso l’elemento tipico è il versamento di sangue, chiamato in questo caso “ematoma”. L’ematoma è una raccolta di sangue all’interno di una cavità già esistente come, ad esempio, l’interno dell’articolazione, o che si forma separando i tessuti, come avviene nel muscolo.
    A livello dell’osso l’ematoma si può formare tra l’osso e la pellicola che lo riveste, il periostio.Nelle contusioni gravissime, il trauma determina la morte per schiacciamento dei tessuti colpiti o la rottura.
    A livello del muscolo possiamo avere ambedue queste condizioni, a livello dell’osso abbiamo una frattura più o meno complessa e l’articolazione può fratturarsi con rottura dei legamenti.In tutti i casi è sempre presente l’ecchimosi e l’ematoma.
    Le contusioni agli organi interni sono sicuramente i casi più temibili, potendo causare anche la morte.Nel trauma cranico l’ematoma si forma tra l’osso ed il cervello, oppure fra le membrane che avvolgono il cervello.Nel caso di organi come il rene, il fegato e la milza, l’ematoma si forma fra l’organo e la membrana che lo avvolge.La rottura della milza è la più frequente, rispetto agli altri organi.
    Il sangue si raccoglie fino a quando, rompendo la membrana, causa una emorragia interna molto grave, senza dimenticare la rottura dell’organo che ha causato l’emorragia.I traumi toracici possono causare la rottura della membrana che avvolge il polmone, la pleura, e di conseguenza il polmone si sgonfia rendendo impossibile la respirazione.
    È evidente il rischio della vita qualora il trauma interessi ambedue i polmoni, evenienza in genere piuttosto rara. Un trauma molto intenso a livello dello sterno può causare un arresto del cuore.

    I sintomi
    Il sintomo principale di un’avvenuta contusione è il dolore, accompagnato dall’impotenza funzionale. Per qualche istante la zona traumatizzata, i muscoli, l’articolazione, non sono in grado di funzionare, per poi, piano piano, riprendere la loro funzione. Con il passare del tempo la zona si gonfia e in seguito compare il tipico colore rossoviolaceo.
    In caso di traumi molto intensi si possono anche perdere i sensi, in particolare se si tratta di un trauma cranico.Segni premonitori di una lesione al cervello sono, oltre alla perdita dei sensi o la confusione mentale: i disturbi della vista (vedere doppio, l’impossibilità a mantenere fermi gli occhi che si muovono ritmicamente da una parte all’altra, il vomito improvviso).
    Naturalmente, sono tutti segni che indicano la necessità di un ricovero repentino in pronto soccorso per le indagini, la terapia del caso o per un periodo di osservazione.In caso di trauma cranico, a volte, il sangue forma lentamente l’ematoma, dando i segni della sua presenza solo a distanza di tempo.
    Lo shock è quasi sempre presente in caso di traumi toracici o addominali con lesioni interne. Attenzione, perché a volte dalla rottura di un organo alla comparsa dei sintomi può passare un periodo silente, in cui il sangue si raccoglie tra l’organo e la sua membrana.In caso di contusioni che interessano solo il sottocute, con il tempo i tessuti si riparano spontaneamente.
    Il sangue fuoriuscito viene riassorbito e durante questo processo modifica il suo colore, passando dal viola al verdastro, al giallastro.Gli ematomi, invece, spesso devono essere svuotati, sia se si formano nel muscolo sia nell’articolazione.
    L’ematoma non sempre è visibile, specie se è profondo, potendo a volte non variare il colore della cute per l’assenza dell’ecchimosi, anche se è poco probabile.

    ATTENZIONE AI TENDINI

    Spesso sono tanti piccoli traumi ripetuti che determinano i problemi ai tendini. Ma le cause possono essere anche un trauma unico molto intenso e...

    Le tendiniti sono causate da un trauma particolare, diverso per da quello comunemente conosciuto: il microtrauma.
    Per microtrauma si intende un “insulto” di entità molto piccola, che singolarmente non è in grado di determinare dei danni, mentre li può determinare se ripetuto con continuità nel tempo.
    Un altro termine utilizzato per definire la causa della malattia è “stress”, termine che forse esprime più chiaramente il concetto ed è di più immediata comprensione. Il danno viene quindi causato dalla somma di tanti piccoli traumi ripetuti che stressano, logorano, danneggiano, usurano la struttura colpita.
    Queste patologie sono chiamate “patologie da sovraccarico”, a indicare come la causa sia un carico che risulta eccessivo per la struttura interessata, il tendine, applicato ripetutamente e per periodi di tempo prolungati.
    Esiste anche la possibilità che, nel provocare il danno, intervenga un trauma unico, molto intenso, che può causare la rottura del tendine.
    Tuttavia, questo trauma acuto e violento determina in genere il danno solo su tendini già ammalati, usurati dal sovraccarico: la rottura di un tendine sano è, infatti, estremamente rara e poco probabile. Una prima considerazione da fare è che la risoluzione del problema è strettamente legata al riconoscimento e alla rimozione della causa che lo genera. Spesso, tuttavia, non è facile stabilire il motivo per cui il nostro tendine si è ammalato e spesso è altrettanto difficile rimuovere la causa una volta scoperta.

    Cosa sono e come sono fatti i tendini
    I tendini sono delle strutture anatomiche che uniscono il muscolo all’osso. La loro funzione è, quindi, quella di trasmettere la forza generata dalla contrazione muscolare al capo scheletrico, determinandone così il movimento.
    Anatomicamente, abbiamo tre zone differenti da prendere in considerazione: la zona dove il muscolo diventa tendine (giunzione muscolo-tendinea), il tendine vero e proprio e la zona dove il tendine si inserisce sull’osso (giunzione osteo-tendinea). Tutte queste tre zone possono essere interessate da patologie. In genere, si considerano malattie del tendine quelle che colpiscono il tendine e la sua giunzione ossea, mentre le patologie della giunzione muscolo-tendinea sono di pertinenza muscolare. Ma torniamo al tendine.
    Esso è formato da cellule e da un tessuto composto da fibre resistenti frammiste a una piccola parte di fibre elastiche, che hanno il compito di addolcire le trazioni. Il tendine è avvolto da una membrana, chiamata peritenonio, ricca di terminazioni nervose, e a volte scorre all’interno di una guaina che lo protegge durante i suoi movimenti, evitando sfregamenti diretti. In genere, sono dotati di guaina i tendini che, per unire il muscolo all’osso, devono piegarsi e girare attorno a ossa o articolazioni, o passare attraverso appositi canali delimitati anch’essi da ossa.

    Le cause
    Le cause delle patologie tendinee sono molteplici. Possiamo trovare come causa dei fattori chiamati intrinseci o estrinseci, a seconda che la causa sia da ricercarsi nel tendine, o meglio nel segmento corporeo sede del tendine, e nell’atleta stesso (intrinseci) o a cause esterne al tendine e all’atleta (estrinseci).
    Tra i cosiddetti fattori intrinseci troviamo anomalie del piede (piede cavo o piede piatto), del ginocchio (ginocchio varo o valgo) e della rotula e dei suoi rapporti articolari.
    Muscoli eccessivamente o poco sviluppati e scarsa mobilità articolare, sono anch’essi fattori che favoriscono l’insorgenza di patologie tendinee.
    I fattori estrinseci possono essere invece divisi in due gruppi: i fattori legati all’allenamento e i fattori al mezzo, alla bicicletta. In realtà, la causa delle malattie tendinee è spesso multi-fattoriale, potendo essere molteplici le cause che possono agire singolarmente o variamente associate.
    Possono quindi causare il danno più fattori intrinseci o estrinseci, ma anche fattori intrinseci ed estrinseci abbinati fra loro. Questo significa, ad esempio, che una posizione scorretta della tacchetta o un’anomalia di un’articolazione può determinare una patologia solo nel caso in cui ci si alleni intensamente o erroneamente: il posizionamento sbagliato determinerebbe dei microtraumi di non sufficiente intensità senza un sovraccarico.

    Tecnopatie e allenamento
    Le malattie legate al mezzo, la bicicletta, vengono anche chiamate tecnopatie, dato che la causa è l’uso di un mezzo meccanico.
    La causa del sovraccarico è una scorretta posizione sulla bicicletta, che non permette alle strutture anatomiche implicate di lavorare in modo corretto.
    Sono causa di tendiniti la sella troppo avanzata o arretrata, la sella troppo alta o bassa, la tacchetta sotto la scarpa fissata troppo avanti o dietro o eccessivamente ruotata internamente o esternamente.
    Per quanto riguarda l’allenamento, invece, gli errori sono da ricercarsi nell’uso di rapporti eccessivamente lunghi anzitempo, in un numero eccessivo di ripetute o in tempi di recupero inadeguati allo sforzo.

    Le malattie
    Oggi non si parla più di “tendinite”; questo termine è stato abbandonato poiché il tendine, non ricevendo direttamente il sangue, non presenta i caratteristici processi tipici dell’infiammazione. Un vero e proprio processo infiammatorio lo possiamo avere a livello del suo rivestimento e della guaina, ricchi di terminazioni nervose e irrorati direttamente dal sangue.
    Le malattie che colpiscono il rivestimento del tendine si chiamano peritendiniti e quelle che colpiscono la guaina tenosinoviti.
    Tuttavia anche il tendine si ammala, ma in questo caso, più che a un processo infiammatorio, assistiamo a un processo degenerativo, dove il tendine perde le sue caratteristiche strutturali, diventando debole fino a rischiare la rottura totale o parziale se non si interviene in tempo.
    Queste malattie possono coesistere con l’interessamento di guaina e tendine oppure con l’interessamento di rivestimento e tendine.
    Il tendine può essere interessato dal processo patologico a livello del suo corpo o, più spesso, a livello della sua inserzione ossea: si parla, allora, di tendinopatie inserzionali.

    Le tendinopatie
    Abbiamo detto che il termine “tendinite” è stato abbandonato e che al suo posto di preferisce usare il termine “tendinopatia”, che significa sofferenza, malattia del tendine, indicando con il suffisso “ite” (tendin-ite) un processo infiammatorio acuto, mentre il suffisso “patia” (patos) una malattia.
    Le principali tendinopatie che interessano il ciclista colpiscono il tendine rotuleo, il tendine di Achille, il tendine del bicipite femorale.
    Il tendine rotuleo è quel robusto tendine che va dalla rotula alla gamba e, grazie a esso, il quadricipite distende la gamba.
    Il tendine di Achille unisce il polpaccio al calcagno e consente la flessione plantare del piede, come quando ci si alza sulla punta dei piedi. Il tendine del bicipite femorale è situato dietro al ginocchio lateralmente e consente di piegare il ginocchio. Il tendine rotuleo risente dell’uso di rapporti lunghi, pedivelle lunghe, sella troppo bassa. Il tendine di Achille risente, invece, di una tacchetta posizionata troppo avanti, che obbliga a pedalare eccessivamente di punta. Il tendine del bicipite femorale risente di una posizione con la sella troppo alta e anche di un errato posizionamento delle tacchette.

    I sintomi
    Il sintomo principale è il dolore, inizialmente solo sotto sforzo, in seguito anche durante le comuni attività giornaliere che richiedono il suo impegno.
    Il dolore ha un aspetto caratteristico: è presente a freddo, quando si inizia a usare il tendine malato, e si riduce man mano che si usa, che si scalda, per ricomparire con la stanchezza o con l’eccessivo sovraccarico. Tipicamente, se si tratta di un tendine dell’arto inferiore, si zoppica per il male per alcuni minuti quando si cammina dopo un periodo di riposo, ad esempio la mattina quando si scende dal letto, per poi camminare con sintomi sopportabili.
    Il tendine, alla palpazione, appare più grande del normale e, oltre a essere dolente, è meno consistente del solito. Se si contrae il muscolo a cui appartiene, il dolore, alla palpazione, tende ad aumentare. I tendini rivestiti da guaina a volte presentano, nei movimenti, un rumore, un crepitio simile alla neve fresca sotto i piedi, indice di un processo infiammatorio a carico della guaina stessa. È bene sapere che il tendine malato non fa male e che il dolore compare solo quando sono interessati, come avviene spesso, la guaina o il suo rivestimento.
    A volte si può assistere a rotture di tendini - è tipico il caso del tendine di Achille - senza avere avvertito in precedenza il minimo dolore: sono le tendinopatie pure, senza interessamento del rivestimento del tendine.

    L'IMPORTANZA DELL'ORECCHIO E DELL'OCCHIO

    Orecchio, con l’apparato vestibolare, occhio e apparato muscolo-scheletrico, sono direttamente responsabili della nostra capacità di “stare in equilibrio”. L’importante è che siano ben “comunicanti” tra loro.

    L’equilibrio consiste nel mantenimento di una determinata posizione o, meglio, postura, del nostro corpo. Il sistema che si occupa di questa funzione è particolarmente complesso e richiede la collaborazione di diversi apparati.
    Quando si parla di equilibrio viene spontaneo pensare a situazioni complesse come il camminare su una trave, stare su un piede solo e naturalmente andare in bicicletta. In realtà si deve parlare di equilibrio, e di intervento del sistema che lo controlla, anche in situazioni più banali come il semplice camminare, lo stare in piedi o seduti.
    Affinché venga garantito l’equilibrio è indispensabile che il baricentro del nostro corpo cada all’interno della superficie di appoggio come per qualunque oggetto. A differenza degli oggetti inanimati che raggiungono e mantengono una posizione di equilibrio spontaneamente per effetto della forza di gravità, l’uomo raggiunge e mantiene l’equilibrio attivamente con continue correzioni in funzione delle informazioni che giungono dall’esterno e dall’interno del nostro corpo.
    Il nostro corpo fa automaticamente ed inconsciamente quello che noi facciamo quando ad esempio cerchiamo di mantenere in equilibrio su di un dito una matita: muoviamo il dito cercando di far cadere il baricentro della matita all’interno della sua area di appoggio.
    Impariamo progressivamente nei primi 18 mesi di vita a mantenere l’equilibrio nelle attività di tutti i giorni secondo passaggi prestabiliti che sono già programmati e frutto dell’evoluzione (basti pensare alla posizione eretta tipica della razza umana).
    In seguito, attraverso l’esercizio, impariamo a mantenere l’equilibrio in situazioni meno naturali come capita in molte attività sportive come il ciclismo, lo sci, il pattinaggio. Abbiamo già detto che l’equilibrio si mantiene attraverso azioni determinate da stimolazioni esterne ed interne. Gli apparati che intervengono sono l’orecchio, o meglio una sua parte interna chiamata apparato vestibolare, l’occhio e l’apparato muscolo-scheletrico. L’apparato vestibolare dell’orecchio viene stimolato dalle accelerazioni in tutte le direzioni che subisce la testa e dalle sue variazioni della posizione. L’occhio invia anch’esso informazioni legate ai movimenti del mondo che ci circonda.
    L’influenza dell’occhio, o meglio della vista, sull’equilibrio, è facilmente verificabile stando fermi in piedi ad occhi aperti e chiusi. Chiudendo gli occhi si ha infatti una maggiore difficoltà a mantenere l’equilibrio.
    L’apparato muscolo-scheletrico interviene sia in risposta alle informazioni che gli giungono dall’occhio e dall’orecchio, con la contrazione e il rilasciamento dei muscoli necessari al mantenimento dell’equilibrio, sia inviando esso stesso informazioni. Quando stiamo perdendo l’equilibrio, muovendoci, allunghiamo certi muscoli i quali rapidamente si contraggono per tornare alla lunghezza originale, raddrizzandoci e quindi riportandoci in equilibrio.
    Il mantenimento dell’equilibrio è quindi il risultato della cooperazione di più apparati che inviano al nostro cervello le informazioni necessarie per impartire ordini. Torniamo ora a parlare dell’apparato vestibolare per meglio capire la sua funzione.
    Immaginiamo di essere seduti, legati e bendati su di una sedia munita di ruote. Siamo perfettamente in grado di accorgerci di tutti i movimenti che subisce la sedia o, meglio, delle loro variazioni. L’apparato vestibolare ci informa infatti, di tutte le accelerazioni che subisce il nostro corpo e della loro direzione. Abbiamo detto accelerazioni, infatti, come ci capita in macchina o in treno: ci accorgiamo solo delle variazioni del movimento. Non siamo infatti in grado di dire se la macchina è in movimento quando viaggiamo a velocità costante se non vediamo il mondo intorno a noi muoversi.
    La sola situazione in cui il sistema vestibolare viene stimolato in continuo a velocità costante è quando giriamo su noi stessi a causa della forza centrifuga che agisce fintanto che si è in movimento e che determina una stimolazione così intensa da persistere anche quando viene interrotta. È il motivo per cui una volta fermi ci gira ancora la testa e se bendati perdiamo il senso dell’orientamento.
    Esistono poi situazioni in cui gli apparati mandano informazioni al cervello che non coincidono. È, ad esempio, la situazione di smarrimento che capita a volte quando, distratti in treno, vediamo muoversi il treno di fianco al nostro e per un attimo pensiamo che il nostro sia partendo.
    L’occhio invia segnali interpretati erroneamente perché distratti, discordanti con quelli dell’apparato vestibolare che non invia alcun segnale. Una seconda situazione in cui l’apparato vestibolare viene ipersollecitato, e dalla vista e dall’apparato osteo-articolare giungono notizie contrastanti, è quella, infine, che causa il mal di mare

    IL FISICO NELL'ACCELERAZIONE

    Dal punto di vista cardiaco, lo scatto e l’accelerazione sono dei momenti molto delicati. Solo chi è in forma può eseguirli.

    Il momento dello scatto, quello in cui il ciclista, aumentando notevolmente la potenza applicata sui pedali, accelera bruscamente e lascia la compagnia (“fa il vuoto”), genera immancabilmente ammirazione ed entusiasmo tra coloro che assistono all’evento. Nel ricordare o rivivere quei momenti storici del grande ciclismo, sicuramente, si chiedono quali e di che entità fossero le sollecitazioni biomeccaniche, cardiocircolatorie e muscolari sopportate dall’organismo dell’atleta. Se è vero che le strutture ossee, legamentose e muscolari subiscono un incredibile stress, è pur vero che la maggiore erogazione di potenza, necessaria per effettuare un’accelerazione, necessita soprattutto dell’aumento del “lavoro” del cuore.
    Infatti, l’aumento delle capacità prestative del muscolo, oltre che alle qualità delle fibre di cui è costituito, è per la gran parte legato alla possibilità di poter disporre di maggiori quantità di ossigeno, necessario per bruciare gli zuccheri di cui il muscolo dispone al fine di produrre energia. Se nelle primissime fasi dell’esercizio fisico, soprattutto se non di elevata intensità, il muscolo può cavarsela da solo semplicemente incrementando la quota di ossigeno che estrae dal sangue, successivamente questo meccanismo diventa insufficiente e si rende necessario un maggiore apporto di ossigeno al muscolo in attività. Ciò si può realizzare solo grazie a un aumento del lavoro dell’apparato cardiovascolare che si traduce in un maggiore afflusso di sangue ai muscoli.

    Il sistema cardiovascolare
    Il sistema cardiovascolare (cuore e vasi arteriosi e venosi) riveste un ruolo di primaria importanza nella capacità dell’organismo di adattarsi all’aumento di richieste indotto dall’esercizio. Il cuore infatti, attraverso i vasi, fornisce ai muscoli in attività l’ossigeno e i nutrienti (prevalentemente zuccheri), allontana dai muscoli le scorie e le tossine (acido lattico, radicali liberi ecc.), derivate dai processi biochimici ed enzimatici che si sviluppano nel muscolo e che garantiscono la disponibilità di energia, e contribuisce al mantenimento della temperatura dell’organismo che con l’attività fisica tenderebbe, altrimenti, ad aumentare oltre misura. Passando dal riposo all’esercizio fisico o da un livello di esercizio fisico a uno condotto a più elevata intensità, aumenta la quantità di sangue che il cuore espelle e immette nei vasi ogni minuto primo, ossia aumenta quella che i fisiologi definiscono portata cardiaca. Essa, intuitivamente, non può essere rappresentata da altro se non dalla quantità di sangue che fuoriesce dal cuore a ogni singola contrazione dell’organo (gettata sistolica) moltiplicato il numero delle contrazioni che il cuore effettua in un minuto (frequenza cardiaca). L’aumento della portata è prodotto sia attraverso un aumento della frequenza cardiaca sia da un aumento della gettata sistolica. Solitamente, il cuore di un uomo normale, sano e a riposo espelle circa cinque litri di sangue al minuto.

    Sotto sforzo
    Sotto sforzo la quota di sangue espulsa aumenta notevolmente sino a raggiungere i 40-45 litri misurati in alcuni atleti di elevatissimo livello praticanti discipline sportive aerobiche e di resistenza come il ciclismo. Ma, attenzione, anche il cuore è un muscolo che, quindi, deve essere in perfetta efficienza per poter aumentare, senza rischio, il suo carico di lavoro. Spesso, proprio le brusche variazioni di intensità dell’esercizio fisico costituiscono la causa di eventi cardiovascolari drammatici quali l’infarto del miocardio e la morte improvvisa durante attività fisica. In conclusione, se si vuol provare con scatti e ripetute qualche “emozione in più”, è assolutamente necessario essere certi delle proprie condizioni di salute. A tal fine, se è consigliabile effettuare una visita di idoneità allo sport agonistico presso un buon medico sportivo prima di iniziare a praticare una qualsiasi attività fisica anche se condotta a basse intensità, diventa addirittura imperativo essere considerati idonei qualora si voglia spingere un po’ di più. Solitamente, almeno per i soggetti sotto i trentacinque anni, una buona visita di idoneità allo sport agonistico è da ritenersi sufficiente; per gli individui in età adulta, matura e avanzata ritengo necessario sottoporsi anche a una serie di esami del sangue e, soprattutto, a una prova da sforzo massimale al cicloergometro con monitoraggio continuo dell’elettrocardiogramma e della pressione arteriosa. E allora, se proprio non resistete all’idea di effettuare uno scatto, il primo fatelo per recarvi dal vostro medico sportivo di fiducia.

    COMBATTIAMO I FORUNCOLI

    La foruncolosi è una malattia cui è soggetto, in particolare, il soprassella. Ecco come va trattata, usando i giusti detergenti e i medicinali più adatti.

    Come il lettore certamente saprà, e come si deduce dal nome della patologia stessa, la foruncolosi ha a che fare con i foruncoli e si tratta quindi di una malattia della pelle. Si parla di foruncolosi quando compaiono nella medesima zona più foruncoli che tendono a ricomparire con estrema facilità. Nel ciclista la zona più facilmente colpita è il soprassella, zona anatomicamente chiamata perineo: è la zona fra le cosce che si appoggia sul sellino. La foruncolosi è una malattia difficile da guarire, spesso causata non solo da fattori locali, come lo sfregamento, ma anche da malattie generali o problemi più seri. Vediamo che cosa è in dettaglio un foruncolo prima di parlare della foruncolosi.

    Cos’è il foruncolo
    Il “foruncolo” è una malattia della pelle causata da un batterio. Il batterio che causa il foruncolo è in genere lo stafiloccocco. La malattia colpisce il follicolo pilifero, cioè quella cavità della pelle che contiene il pelo e la sua radice. Inizialmente il foruncolo si presenta come una piccola pallina dura e dolente sovrastata da cute di colore rosso. Con il passare del tempo tende ad accrescersi, a diventare sempre più dolorosa. Il centro del foruncolo, di colore rosso, diventa in seguito giallognolo per la presenza di pus all’interno. Il pus è formato dal pelo, e quanto è contenuto nel follicolo viene distrutto dall’azione dei batteri e dai globuli bianchi giunti per cercare di debellare i batteri. Il foruncolo tende a guarire spontaneamente quando si apre, consentendo la fuoriuscita del pus e l’eliminazione della pellicola che lo riveste internamente. A questo punto, più o meno rapidamente, la pelle guarisce. È frequente l’ingrossamento delle ghiandole: nel caso di foruncoli al soprassella, le ghiandole che si ingrossano e diventano dolenti sono quelle inguinali.
    I foruncoli possono essere singoli, isolati oppure diffusi. A volte interessano follicoli vicini e tendono a fondersi fra di loro, apparendo come un grosso foruncolo con tanti piccoli crateri da cui fuoriesce il pus. In quest’ultimo possono essere presenti anche segni di compromissione generale, come febbricola e spossatezza.

    La foruncolosi
    La foruncolosi è una condizione che possiamo definire cronica: i foruncoli tendono a ripresentarsi nella medesima zona, guarendo e ricomparendo. Le cause possono essere locali, ma a volte il motivo è da ricercarsi in malattie concomitanti che espongono l’organismo alle infezioni. Possiamo citare, ad esempio, il diabete o malattie e disturbi del sistema immunitario. Si consiglia pertanto, in questi casi, di consultare un medico che, qualora lo ritenga opportuno, potrebbe prescrivere eventuali accertamenti per escludere la presenza di fattori predisponenti.

    Quale terapia?
    I foruncoli, in linea generale, non devono mai essere schiacciati, come spesso si è portati a fare. Questo modo cruento rischia di estendere la malattia infettando i follicoli vicini, e il foruncolo così trattato tende più facilmente a ricrearsi. L’apertura spontanea del foruncolo consente anche l’eliminazione di quella pellicola che riveste l’interno del foruncolo, cosa difficile quando si cerca di svuotarlo anticipatamente e forzatamente. Utile è, invece, facilitare la fuoriuscita del pus o, come si dice volgarmente, aiutarlo a “maturare”. Questo può essere fatto con applicazioni caldo-umide oppure ricorrendo all’ittiolo, una pomata che ne facilità l’apertura. Trattandosi di malattie batteriche, il farmaco efficace è l’antibiotico. Esso può essere utilizzato localmente sotto forma di crema e a volte, in forme particolarmente ribelli e ripetitive, può essere necessaria una terapia orale. Naturalmente sono decisioni che deve prendere il medico, soprattutto per la scelta dell’antibiotico più indicato, della dose e della durata del trattamento. Una scorretta terapia antibiotica può infatti causare un peggioramento della malattia e, soprattutto, rendere più difficile la guarigione.

    La prevenzione
    La prevenzione alla foruncolosi consiste nell’adottare una serie di norme igieniche. I foruncoli o la foruncolosi al soprassella sono legati, in particolare, all’ambiente che si crea a tale livello. La sudorazione, la macerazione della pelle e lo sfregamento creano un ambiente ideale allo sviluppo dei batteri e delle infezioni. Paradossalmente le malattie cutanee sono causate sia da una scarsa che da un’eccessiva igiene. L’uso frequente di detergenti con prodotti aggressivi, infatti, tende a eliminare il mantello idrolipidico che protegge la pelle e ne altera la normale acidità. In queste condizioni la pelle è poco capace di difendersi e i batteri che causano le malattie tendono ad avere il sopravvento su quelli che definiamo “buoni”. Sulla nostra pelle vivono infatti numerosissimi batteri che non sono nocivi. La loro presenza non consente ai batteri, che definiamo “cattivi”, di moltiplicarsi e poter causare malattie. I consigli sono quindi rivolti soprattutto al trattamento degli indumenti, che devono essere lavati spesso e soprattutto non usati in comune con altre persone. In caso di infezioni non è una cattiva idea ricorrere a detersivi disinfettanti come, ad esempio, quelli che si usano per lavare gli indumenti intimi dei neonati. Utilizza poi sempre detergenti, saponi per lavarsi che rispettino l’acidità della pelle. L’uso di prodotti disinfettanti deve essere limitato ai periodi in cui è presente l’infezione, per evitarne l’estensione, ma se ne può fare anche un uso occasionale. Possono essere indicate, ad esempio una, due volte la settimana, oppure dopo lunghe uscite ciclistiche di diverse ore, quando l’attrito, la sudorazione, le eventuali irritazioni possono favorire la comparsa della malattia.

    Occhio al fondello!
    Il problema della foruncolosi, o comunque delle irritazioni al soprassella, ha spinto da sempre le industrie di abbigliamento a curare in modo particolare la realizzazione dei fondelli per i pantaloncini da ciclista. Molto, però, non era stato possibile fare, almeno fino a che l’unica possibilità di scelta per i materiali da utilizzare era rappresentata dalla pelle di daino.