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November 28 LA FATICAPedalare spesso è sudore e sofferenza. Eppure nessuno se ne duole. Perché? C’è chi sostiene che i ciclisti cercano proprio l’impegno più difficile. Il ciclismo, forse come nessun’altra disciplina sportiva, riesce a coinvolgere gli spettatori mostrando non solo la forza e le capacità fisiche dei suoi interpreti, i corridori, ma, non raramente, anche le debolezze, le crisi, la sofferenza, il sacrificio. Ed allora nel libro ideale che racchiude la storia di questo sport accanto alla fotografia dello scatto felino con il quale Saronni ha pietrificato gli avversari e conquistato la maglia iridata a Goodwood è giusto collocare l’immagine di Roche stremato, esanime, con la maschera dell’ossigeno al termine di una tappa del Tour de France del 1987. Nonostante ciò il corridore irlandese riuscirà a recuperare e saprà ugualmente portare la maglia gialla fino ai Campi Elisi. Vittoria e sofferenza, gloria e debolezze sembrano non avere contorni definiti quando si parla di corridori ciclisti ed anzi nella memoria degli appassionati si mescolano e si confondono a volte senza una logica razionale. Basta pensare al Gavia, alla tormenta di neve che si è abbattuta sui girini che lo scalavano in una tappa di alcuni anni or sono: facce stravolte, sguardi smarriti ed inespressivi, richieste di aiuto, di assistenza o più semplicemente di una coperta per scaldarsi e classifica sconvolta. Vincerà Hampsten, l’americano; Chioccioli, maglia rosa sino ai piedi del Gavia, sarà tra gli sconfitti. Ricordo, poi, un Baracchi di tanti anni fa; ero un bambino e mio padre mi aveva condotto nello stadio di Bergamo dove arrivavano i corridori dopo circa novanta chilometri della cronometro a coppie. Vinsero Gimondi ed Anquetil ma il grande campione francese entrò nella pista dello stadio ormai cotto tanto che percorse l’anello con andatura incerta e quasi a zigzag. Poco dopo entrò per il giro conclusivo una coppia di olandesi che dovevano aver esaurito da tempo ogni forma di energia se è vero che corsero più di una volta il rischio di scontrarsi e finire a terra. Uno dei due, poi, non si fermò e continuò ad inanellare giri fintanto che gli addetti ai lavori non decisero di mettere fine a quell’inutile strazio; dovettero, però, inseguirlo ed abbracciarlo. Ed allora il ciclismo, a ragione, diviene sinonimo di sacrificio e ancor più di fatica, e nel grande libro dei ricordi accanto ai campioni entrano di diritto anche i meno dotati, i ciclisti della domenica e quanti praticano questo sport con passione, superando mille difficoltà e confrontandosi con i propri limiti. Il concetto di fatica è noto a tutti sebbene esso racchiuda ancora qualcosa di indefinito che appartiene più alle sensazioni individuali che alle reali conoscenze scientifiche. Forse è proprio per questo che giustifica il recente elevato interesse dei ricercatori sull’argomento tanto che, negli ultimi anni, sono state presentate numerose ipotesi e teorie, a volte anche contrastanti, che comunque non hanno ancora chiarito in maniera definitiva l’origine e le cause dell’affaticamento. Cosa è la fatica? Per fatica, in termini fisiologici, si può intendere la riduzione delle capacità prestative dell’intero organismo o di un suo distretto come conseguenza di un’attività protratta e particolarmente intensa. Si usa anche definirla come “la perdita della funzione attraverso la funzione” caratterizzando così l’impossibilità di seguitare a svolgere un determinato esercizio a causa dei “danni” provocati sull’organismo dall’effettuazione dell’esercizio stesso. Trattasi di un fenomeno reversibile e transitorio che inizia a manifestarsi gradualmente, tende ad aumentare in modo progressivo per scomparire normalmente con il riposo. Può anche essere considerato come un segnale di allarme che impedisce all’organismo di esporsi ai danni provocati dagli sforzi avvisando l’atleta della necessità di diminuire l’intensità dell’esercizio. Per essere più espliciti è sufficiente ricordare che alcune sostanze stimolanti e quindi dopanti, come ad esempio le amfetamine, elevando la soglia di percezione della fatica, rendono meno efficace ed a volte addirittura annullano il meccanismo di difesa descritto tanto che l’atleta può correre il rischio di sopportare carichi di lavoro eccessivi e potenzialmente pericolosi per la salute stessa. In linea generale, peraltro, la fatica organica comporta un calo della prestazione fisica ed alcuni parlano di “soglia della fatica” intendendo definire il limite tra la capacità di massima prestazione e l’inizio del calo di rendimento che progressivamente conduce all’esaurimento muscolare. Non è possibile “vincere” la fatica grazie all’allenamento e, nemmeno, con lo spirito di sacrificio anche se entrambi possono ritardarne la comparsa ed attenuarne gli effetti; è invece necessario ridurre il ritmo e l’intensità dello sforzo ed in casi particolari addirittura interrompere l’attività. Diversi tipi di fatica Diverse sono le classificazioni proposte per rendere più organico e razionale lo studio dei fenomeni fisiologici legati alla fatica. Si ritiene di poter distinguere diversi tipi di fatica ed in particolare si parla di fatica muscolare locale (periferica) e di fatica generale sistemica (centrale). La fatica locale diminuisce le capacità dei muscoli che quindi non risultano più in grado di continuare a spingere sui pedali con la stessa intensità ed è originata dal depauperamento delle riserve energetiche nel compartimento muscolare. Essa mostra tempi di recupero non eccessivi in quanto relativi semplicemente alla reintegrazione delle scorte energetiche. Al contrario la centrale, che riguarda il sistema nervoso e può essere del tutto indipendente dallo stato di efficienza muscolare, richiede tempi di recupero più lunghi. È il caso di un ciclista che non riposi bene o che riposi troppo poco e che pur avendo un apparato muscolare e cardiorespiratorio adeguato e ben allenato non è in grado di tenere le ruote ed appare svogliato oltreché spossato ed abulico. Altri studiosi distinguono una fatica acuta, determinata dal dispendio energetico, da una forma cronica che compare in modo subdolo e che spesso dipende dai ritmi stressanti, dalla ripetitività di alcune circostanze e, non raramente, dal superallenamento. Quest’ultimo è provocato dagli eccessivi carichi di lavoro e dagli stress emotivi tipici dell’attività agonistica di elevato livello e determina, a lungo andare, una significativa riduzione della capacità di resistere alla fatica. Vengono compromesse le capacità fisiche, e si assiste ad una riduzione dell’appetito e ad uno sconvolgimento del normale ritmo sonno-veglia. Le cause della fatica Sono sufficientemente delineati alcuni dei meccanismi più importanti che entrano in gioco nel determinismo e nell’insorgenza della fatica nella pratica delle attività sportive e del ciclismo in particolare. Essi sembrano essere: la riduzione dell’apporto di ossigeno ai muscoli in attività; la diminuzione delle fonti energetiche; la comparsa di piccolissime lesioni reversibili e transitorie nella struttura del muscolo; la fuoriuscita dalle cellule muscolari di composti chimici (enzimi) necessari per il normale funzionamento; la perdita di una notevole quantità di acqua, sali minerali (sodio, potassio, magnesio...); l'accumulo nel muscolo in attività e nel sangue di prodotti di rifiuto (acido lattico, ammoniaca, radicali liberi) che risultano tossici per l’organismo impegnato nello sforzo. È intuitivo che, specie in una disciplina di resistenza (aerobica) quale è il ciclismo su strada, è indispensabile che ai muscoli giungano attraverso il sangue ingenti quantità di ossigeno poi utilizzato come comburente per bruciare i substrati energetici e produrre energia. Un adeguato rifornimento di ossigeno è garantito dall’efficienza e dalle capacità dell’apparato cardiorespiratorio. Maggiore è la quota di ossigeno che il sangue è in grado di trasportare in periferia tanto più elevata sarà la quota di energia formata nel muscolo attraverso la via aerobica e quindi senza accumulo di scorie e di prodotti di rifiuto potenzialmente limitanti le capacità di prestazione. Quando l’ossigeno non è più disponibile il muscolo produce ancora l’energia di cui ha bisogno ma non può evitare l’accumulo di tossine, quali ad esempio l’acido lattico, che rendono ragione del progressivo calo delle prestazioni. E non è solo la ridotta quantità di ossigeno disponibile che condiziona negativamente il rendimento e causa la comparsa della fatica. V’è anche, se l’allenamento in bici è troppo lungo ed intenso, una parallela riduzione delle sostanze energetiche ed in particolare del glicogeno. Esso è un composto chimico costituito dalla unione di più molecole di uno zucchero semplice e rappresenta il naturale serbatoio di energia per i muscoli a partire dai costituenti dell’alimentazione (in particolare carboidrati e zuccheri) ed è stato ampiamente dimostrato che la fatica periferica risulta correlata alla riduzione delle sue riserve che neanche l’apporto continuo durante lo sforzo sembra riuscire a compensare. Per rendere più immediato il concetto è opportuno sottolineare che una volta svuotato il serbatoio, sono necessarie circa 48 ore per far risalire i livelli di glicogeno a quelli precedenti l’allenamento e/o la competizione. Ovviamente è indispensabile introdurre con l’alimentazione adeguate quantità di carboidrati (pasta, pane, etc.); è quanto fanno i professionisti durante il Giro d’Italia. Peraltro essi riescono ugualmente a recuperare ed a riacquistare lo smalto sebbene abbiano a disposizione solo17-18 ore tra la fine di una tappa e l’inizio della successiva. Evidentemente sono in grado di rifornire di glicogeno i muscoli ed il fegato in tempi più veloci rispetto a quelli riscontrati in atleti di altre discipline sportive. In ultimo, nell’esame delle possibili cause di insorgenza della fatica, va sottolineato che alcuni sembrano convinti che i muscoli potrebbero essere dotati di “intelligenza”, ossia potrebbero informare il cervello di non essere più in grado di rispondere agli stimoli che esso invia. Quando la frequenza degli stimoli che il sistema nervoso centrale invia è eccessiva e superiore a quella che il muscolo riesce a tradurre in contrazioni, esso risponderebbe con un segnale d’allarme, che suona pressappoco così: “...è inutile che tu mi chieda 100 contrazioni al minuto, io attualmente non ne posso fare più di 80!”. Come si manifesta la fatica In genere i sintomi sono sfumati trattandosi più frequentemente di sensazione di legnosità quando sono richieste repentine accelerazioni, indolenzimenti (a volte crampi), debolezza, calo delle prestazioni, incapacità di concentrarsi, etc. Più caratteristici e definiti sembrano essere quelli relativi al superallenamento: insonnia, irritabilità, frequenza cardiaca a riposo più alta, aumento dei valori della pressione arteriosa (soprattutto della minima), perdita di appetito, calo di peso. A livello psicologico esso può manifestarsi con stress e spossatezza e, paradossalmente, in questo caso sembra più a rischio il ciclista amatoriale a causa delle difficoltà che spesso incontra nel cercare di far convivere le esigenze sportive con quelle della vita quotidiana (famiglia, lavoro etc.). Non di rado un ciclista che mostri uno stato di affaticamento cronico (fatica cronica, superallenamento) o che non abbia ancora recuperato le energie disperse in una compezione e/o allenamento intenso (fatica acuta) può risultare più sensibile alle infezioni ed in modo particolare a quelle delle vie respiratorie. Questa depressione delle difese immunitarie potrebbe essere dovuta a carenze proteiche causate dall’esercizio e/o funzioni ormonali alterate dallo stress dell’allenamento. È infine opportuno sottolineare che soprattutto i ciclisti meno esperti dovranno prestare attenzione ai segnali inviati dall’organismo impegnato nello sforzo ed in particolare è utile che non sottovalutino il dolore muscolare; esso, infatti, può rappresentare il sintomo precoce (durante la prestazione o subito dopo) dell’affaticamento muscolare. Una terapia della fatica? Anche se non è possibile parlare di terapia e di farmaci specifici in grado di prevenire la comparsa della fatica e o di alleviarne la sintomatologia e le conseguenze negative sulle prestazioni, comunque alcune indicazioni possono risultare sicuramente utili: 1. il ciclista deve essere in stato di buona salute, senza infezioni in atto (denti, apparato respiratorio, etc.) e con valori normali nel sangue dei globuli rossi; emoglobina, ferro, potassio e magnesio; 2. l’allenamento deve essere ben programmato con particolare riguardo alla distribuzione dei carichi e dei recuperi. Inoltre l’intensità non sarà mai sproporzionata rispetto allo stato di forma generale ed alle sensazioni del momento; 3. il riposo e in particolare il sonno notturno non possono essere ridotti eccessivamente rappresentando i momenti principali dello smaltimento delle scorie e della ricostituzione delle riserve energetiche; 4. il pasto dopo l’allenamento e l’alimentazione in genere specie nei giorni che precedono gli impegni ciclistici devono garantire un significativo apporto di carboidrati, vitamine e sali minerali; 5. durante gli allenamenti e le competizioni è necessario reintegrare le perdite di acqua e di minerali. A tal fine è utile bere spesso ed a piccoli sorsi ricorrendo ad una delle molteplici bevande in commercio (le migliori sono quelle iso/ipotoniche in quanto rapidamente assorbibili). Se lo sforzo è prolungato è opportuno ricorrere a bevande energetiche (con maltodestrine) e se necessario ad adeguata alimentazione solida; 6. i massaggi ed i bagni caldi sono sicuramente utili in quanto aumentano il flusso del sangue ai muscoli favorendo quindi l’allontanamento delle scorie ed un maggiore e più rapido apporto di sostanze energetiche; 7. in questi ultimi anni è stato dimostrato che, se, dopo un allenamento in bici, intenso e prolungato, si effettua una sgambata leggera con rapporti agili, il recupero generale avverrà più velocemente e più facilmente; 8. in rari casi può essere utile ricorrere all’assunzione di farmaci energetici, vitamine etc. In particolare, dietro consiglio di un medico sportivo, possono risultare utili sostanze energetiche (maltodestrine, fosfocreatina, creatina, fruttoso-fosfato e fostati inorganici, amminoacidi a catena ramificata), reintegratori salini, vitamine (in particolare A, C, E) che insieme a zinco, selenio e rame sembrano contenere la formazione di radicali liberi tossici per i muscoli, ed ancora disintossicanti epatici etc. Per finire è bene sottolineare che la fatica non deve essere considerata alla stregua di un nemico da sconfiggere, ma anzi quale alleata poiché rappresenta per il ciclista in allenamento un termometro importante delle sue reali condizioni. Ed allora finalmente sarà possibile rientrare dalla seduta di allenamento stanchi certo ma non distrutti. NON CONTRAETEVI SUL MANUBRIO!Stringere il manubrio con forza è un inutile spreco di energia, oltre a non essere proficuo dal punto di vista del rendimento. Accade a tutti, impossibile negarlo. Durante le uscite in bicicletta, specie se lunghe e soprattutto nei momenti di maggiore impegno, ci si scopre spesso a stringere oltremodo le mani sulla piega manubrio. È un riflesso incondizionato del tutto normale, un po’ come quello di stringere i denti quando si affronta con grinta qualche difficoltà. Però non è utile, anzi, è dannoso, infatti, stringere la mani sul manubrio fa consumare energia, e nemmeno poca. Con un cardiofrequenzimetro addosso, da fermi, provate a tenere strette le mani sulla piega per qualche minuto. L’innalzarsi della frequenza indica indiscutibilmente un aumento dell’energia richiesto dai muscoli, e se pedalando lo sommiamo a quello richiesto dalle gambe, magari protratto per alcune ore, è facile intuire come sia consigliabile prestare attenzione a questo particolare. Un errore frequente L’errore di stringere le mani è frequente, ma correggibile. Quando la fatica comincia a farsi sentire, tutti tendiamo ad irrigidirci sulla bicicletta, e alcuni addirittura perdono scioltezza e stile. Un antico adagio caro al fascino del ciclismo su strada, recita che lo stile è sinonimo di rendimento, ma pochi riescono a rimanere sciolti e a pedalare correttamente anche quando lo sforzo arriva a livelli elevati. Il mondo dei professionisti è fortunatamente ricco di esempi che attestano la possibilità di riuscirci e ai quali ci si può ispirare: ricordate Indurain quando con la leggerezza di un grillo trascinava i suoi ottanta chili sulle rampe delle montagne, oppure quando, immobile sul manubrio della sua bici, scivolava a sessanta all’ora nelle crono del Giro e del Tour? E ricordate l’apparente e disarmante facilità del gesto atletico di Gianni Bugno quando, noncurante di ciò che accadeva alle sue spalle, “apriva il gas” e “toglieva tutti di ruota” senza scomporsi? La soluzione al problema di stringere le mani sta... nel conoscerne l’esistenza. Quando lo si sa, ci si presta maggiore attenzione. Provare per credere. Ogni volta in cui vi scoprirete a stringere le mani al manubrio, o ad avere le braccia tese e contratte, inspirate ed espirate profondamente e rilassatevi, e concentratevi quindi sulla pedalata. Risparmiate le energie, fisiche e nervose, per destinarle esclusivamente alle gambe. RILASSATE BRACCIA E MANIPur non avendo una funzione diretta nell’azione impressa dal ciclista sulla bicicletta, anche gli arti superiori fanno la loro parte durante la pedalata. L’importante è che, impugnando il manubrio, non si schiaccino certi nervi... L’arto superiore svolge, nel ciclismo, una funzione di sostegno, oltre ad avere importanti compiti nella guida e nella frenata. All’azione di sostegno, più o meno impegnativa a seconda della posizione, seduta o in fuorisella, si aggiunge poi un’azione di trazione e spinta sul manubrio quando si è impegnati in sforzi massimali. Tale azione interviene in aiuto delle gambe, soprattutto in salita e durante le volate. È bene tuttavia sapere che il dispendio di energie è direttamente proporzionale alla massa muscolare impegnata nel gesto atletico. Maggiore è il numero di muscoli che devono contrarsi, maggiore sarà il dispendio energetico. Ne consegue che si deve cercare di pedalare senza impegnare l’arto superiore, limitando il più possibile la sua azione al solo sostegno del corpo e alla guida della bicicletta. Una corretta posizione influisce su tutto questo, e dunque sono particolarmente importanti la posizione del manubrio rispetto alla sella e la lunghezza del telaio o, meglio, la distanza del manubrio dalla sella. Abbiamo visto in precedenti articoli come, un manubrio basso ed una posizione sufficientemente lunga siano importanti per la schiena. Per l’arto superiore vale il medesimo discorso. Una posizione corretta, da questo punto di vista, porta ad avere il baricentro del nostro corpo situato in modo tale per cui si ha la sensazione di poter rimanere in posizione anche senza l’ausilio delle braccia. L’atleta non solo sprecherà meno energia, ma sarà anche in grado di cambiare la posizione delle mani sul manubrio con facilità, senza che ciò vada a discapito dell’equilibrio e della sua sicurezza. Il giusto equilibrio Le mani devono impugnare il manubrio senza avere la necessità di stringerlo e il braccio, con il gomito che deve sempre essere più o meno flesso, si deve mantenere rilassato. Tutto ciò è possibile solo se, come accennato, il baricentro del nostro corpo è correttamente posizionato e, di conseguenza, la distribuzione del peso corporeo sulla sella e sul manubrio ottimale. Qualora, come capita ad esempio in discesa, sia necessario un maggiore carico sulla ruota anteriore, lo si otterrà spostandosi sul sellino e modificando la posizione del tronco. Abbiamo detto che il gomito deve essere sempre più o meno flesso. Solo in questa posizione l’arto superiore si può comportare come un ammortizzatore, assorbendo eventuali irregolarità del terreno che andrebbero altrimenti a ripercuotersi sulla schiena e, in particolare, sulla cervicale. Arto superiore e cervicale, infatti, hanno reciproci rapporti, mediati dalle spalle. I disturbi agli arti superiori La parte dell’arto superiore che più facilmente è causa di disturbi è la mano. Difficilmente spalle e gomiti creano problemi se non in seguito a cadute, come ad esempio quando si rompe la clavicola, che nel ciclista si può facilmente fratturare. Segnaliamo, a livello del gomito, un’unica struttura che può andare incontro a processi infiammatori, seppure rari: il tendine del tricipite brachiale (muscolo posteriore del braccio che serve a distendere il gomito) alla inserzione al gomito. Questo tendine è particolarmente impegnato quando il ciclista mantiene a lungo posizioni aerodinamiche, specie con biciclette da cronometro. Ma torniamo alla mano. I disturbi più frequenti sono di natura nervosa. Si manifestano a livello delle dita con formicolii, alterazioni della sensibilità e dolori non ben definiti. La causa di tali disturbi va ricercata a livello del polso dal lato del palmo della mano. A tale livello passano infatti i nervi della mano attraverso dei canali formati dalle ossa del polso e dai legamenti. Compressioni di queste strutture per diretto contatto con il manubrio, per posizioni non adatte della mano e del polso o per eccessive vibrazioni possono infiammare i nervi causando così i disturbi citati. Particolarmente delicati e sensibili sono il tunnel carpale, dove scorre il nervo mediano, situato esattamente al centro del polso, e il canale del Guyon, dove scorre l’ulnare, situato più lateralmente ed esternamente, cioè verso il mignolo. Il manubrio La curva manubrio deve avere una larghezza prossima a quella delle spalle, in modo che l’atleta, impugnando la sua parte più esterna, dove piega, mantenga le braccia parallele fra loro. Poi, deve essere possibile impugnare la parte bassa del manubrio senza dover inclinare il polso. I moderni manubri con piega anatomica vengono incontro alle caratteristiche dell’arto superiore, risultando da questo punto di vista più idonei e comodi. Il manubrio, infine, deve essere rivestito con materiali di qualità che devono svolgere la duplice funzione di assorbire e attutire le vibrazioni e gli urti trasmessi alla ruota dal terreno, e di lasciar traspirare la pelle del palmo della mano in modo da limitare la sudorazione e garantire così una salda presa. La protezione delle mani I guanti completano le funzioni del nastro copri-manubrio. L’imbottitura, presente a livello del palmo della mano, ha la funzione anch’essa di attutire urti e vibrazioni rendendo l’impugnatura più confortevole. L’interposizione di questa specie di cuscino fra palmo della mano e manubrio riduce i rischi delle eccessive compressioni e dei traumi diretti sulle strutture nervose che abbiamo precedentemente descritto. Le imbottiture dei guanti sono realizzate con molti materiali diversi tra loro, ma offrono tutte, più o meno, lo stesso risultato. Oltre alla gommapiuma, già più moderna rispetto alla antica pelle di daino, è stata poi la volta della gomma e del gel fino ad arrivare all’efficientissimo Noene che è uno fra i materiali più ammortizzanti in assoluto. I guanti non sono, quindi, solo un accessorio che “veste”, ma anche un valido mezzo di prevenzione per i fastidi che si possono avere alle mani. COME COPRIRE I PUNTI NEVRALGICII raffreddamenti più pericolosi per il ciclista, specie quando è particolarmente sudato, sono causati soprattutto dal vento d’incontro. Con alcuni accorgimenti, però, si può felicemente ovviare a questo inconveniente. Fermo restando il consiglio all’utilizzo dei nuovi e specifici tessuti preposti alla conservazione e alla protezione del microclima interno (La Bicicletta 12/97), onde evitare spiacevoli raffreddamenti nella stagione invernale, soprattutto a carico dell’apparato respiratorio, è bene adottare ulteriori accorgimenti. Se si utilizzano i moderni capi di abbigliamento realizzati con materiali antivento, la zona dei bronchi dovrebbe già essere sufficientemente riparata. Un ulteriore consiglio può essere tuttavia quello di evitare di sudare troppo in salita, magari aprendo un po’ la chiusura lampo del giubbino nel momento in cui ci si sente abbondantemente surriscaldati (la bassa velocità, in merito al fattore “vento d’incontro”, non dovrebbe presentare controindicazioni a tale pratica), anche se nel periodo invernale le salite dovrebbero in ogni caso essere affrontate con calma... Per affrontare la successiva discesa basterà poi richiudere velocemente la cerniera qualche metro prima di scollinare. Qualora la discesa fosse particolarmente lunga, si sia sudato comunque oltremodo durante la precedente ascesa e la temperatura sia particolarmente rigida, si potrà ricorrere a una mantellina (o a un gilet) antivento da togliere però non appena si arriva a valle e si ricomincia a spingere sui pedali. Un ultimo consiglio Per la discesa, un ultimo consiglio: cercate comunque di far girare le gambe. Anche nel caso in cui non ve ne fosse la necessità, ai fini della velocità, in discesa è infatti buona norma cercare di non far scendere troppo la temperatura corporea. Quando si smette di spingere, infatti, la frequenza cardiaca scende vertiginosamente (leggete il display del cardiofrequenzimetro...), e allo stesso modo la temperatura. Ciò comporta, oltre alla momentanea e pericolosa sensazione di freddo, anche la successiva difficile ripresa dell’azione. Per evitare questi inconvenienti basta far girare le gambe, anche solo accompagnando i pedali e comunque evitando in ogni caso di far scendere per periodi troppo lunghi la frequenza cardiaca sotto il limite delle 110 pulsazioni. Altro punto critico è il volto, in particolare la fronte e la bocca che sono esposte frontalmente all’azione del vento. Sulla fronte basterà indossare delle fasce tergisudore termiche o in materiale antivento, e gli unici due accorgimenti da adottare, che sono però indispensabili, sono di calzare la fascia piuttosto bassa, quasi a coprire le sopracciglia, e di sostituirla con una asciutta non appena essa sarà intrisa di sudore. Per quanto riguarda la bocca, invece, stanno prendendo sempre più piede, e a ragione, delle mascherine in neoprene, Windstopper® e similari, che, coprendo la bocca, il naso e le parti laterali delle guance, pur non ostacolando la respirazione grazie alla presenza di fori e feritoie di aerazione, consentono di proteggersi dal rischio di sinusiti e di riscaldare un po’ l’aria prima di immetterla nei bronchi e nei polmoni. Questa mascherina potrà essere indossata all’inizio dell’uscita in bicicletta e tolta e riposta nelle tasche del giubbino (occupa davvero poco spazio) quando la temperatura avrà raggiunto valori accettabili. LE INSIDIE DEL FREDDOLa bassa temperatura, riducendo le difese del corpo, crea le condizioni ideali perché virus e batteri attacchino le vie respiratorie. Qualche consiglio su come difendersi e come curarsi, specie se non si vuol perdere questo periodo per l’allenamento. La stagione fredda e in particolare i cambi di stagione si caratterizzano per le frequenti epidemie influenzali. Evento temibile per il ciclista, il quale si trova costretto a stop obbligati, proprio nel momento in cui sta cercando la condizione migliore e ha bisogno di effettuar un buon numero di chilometri e uscite. Sorge l’eterno dilemma sul che cosa fare: fermarsi o continuare stoicamente l’allenamento? Rischiare, in altre parole, la condizione o la propria salute? A volte il problema lo risolve la malattia stessa, che ci colpisce in maniera da obbligarci al riposo forzato. Ma ecco il secondo dilemma: e quando riprendere la preparazione, forzare o no i tempi di recupero? Iniziamo esaminando le varie forme di malattie che possono colpirci, cercando di capire le cause, i rimedi, la possibilità di prevenirle e la convalescenza necessaria. Quali cause Le malattie da raffreddamento sono così chiamate perché in genere il fattore scatenante è il freddo. Il freddo di per se stesso non è in grado di farci ammalare, ma crea le condizioni ideali perché questo avvenga. Il freddo determina un abbassamento delle difese ed un’irritazione locale che consente alla malattia di attaccarci ed avere il sopravvento. Solitamente si tratta di infezioni causate da virus, ma a volte si può trattare di batteri. In linea generale le infezioni batteriche sono delle complicazioni, venendo a sovrainfettare le zone colpite dai virus: sono le conseguenze delle cosiddette forme “trascurate”. I virus di cui stiamo parlando fanno parte della grande famiglia dei virus influenzali, caratterizzati da una particolare predilezione per le vie respiratorie, che causano per lo più malattie a decorso benigno, ma che a volte possono essere particolarmente temibili. Le conseguenze Le malattie da raffreddamento colpiscono in genere, dunque, le vie respiratorie. Si tratta delle zone del nostro corpo attraversate dall’aria che respiriamo. L’aria passa attraverso il naso e la bocca per giungere in gola. La gola si divide in due parti, una più vicina all’esterno, la faringe, l’altra più profonda, la laringe. Attraversate la faringe e la laringe, l’aria, attraverso la trachea, raggiunge i bronchi per arrivare, poi, ai polmoni, dove avvengono gli scambi dell’ossigeno e dell’anidride carbonica con il sangue. Tutte queste strutture interne sono rivestite dalla mucosa, che è un tessuto particolare che svolge importanti funzioni sia di difesa dalle malattie, sia per la respirazione. A seconda della zona colpita avremo così riniti (comune raffreddore, che colpisce la mucosa che riveste il naso), faringiti, laringiti, tracheiti, bronchiti e polmoniti. Il raffreddore interessa la sola mucosa nasale e i sintomi sono limitati a tale sede: la respirazione nasale viene impedita dal gonfiore della mucosa e dalla produzione di catarro ed è accompagnata da mal di testa, lacrimazione e disturbi alle orecchie. Normalmente non si hanno alterazioni della temperatura. Il raffreddore, tuttavia, si può complicare in sinusite, che è l’infiammazione della mucosa di particolari cavità ossee a livello della fronte e delle mascelle. È sicuramente l’evento più benigno, e se la sintomatologia non compromette le condizioni generali, normalmente non vi è la necessità di sospendere l’allenamento, ad eccezione dei 2-3 giorni di sintomatologia acuta e naturalmente con precauzione. Per quanto riguarda la gola, possono essere colpite sia la faringe che la laringe o ambedue contemporaneamente. Il sintomo principale è il mal di gola che può essere accompagnato da febbre. Quando è interessata la laringe, al mal di gola si aggiungono la tosse, che tende ad avere un suono caratteristico oltre ad essere dolorosa, e variazioni della voce. Le corde vocali sono infatti situate a livello della laringe. In questi casi è bene sospendere l’attività fisica fino a completa remissione della sintomatologia (5-10 giorni), tendendo queste malattie ad estendersi anche a livello della trachea e dei bronchi. Il sintomo che caratterizza tracheiti e bronchiti è la tosse, inizialmente secca ed accompagnata da bruciore retrosternale, in seguito, dopo alcuni giorni, compare il catarro (tosse produttiva). La febbre è spesso presente e le condizioni generali sono più o meno compromesse. L’interessamento dei bronchi riduce invece la funzionalità polmonare, rendendo difficile il passaggio dell’aria (asma) e gli scambi a livello polmonare. È chiaro che la sospensione dell’attività fisica è un imperativo, potendo queste forme complicarsi facilmente sia venendo a interessare il polmone, sia trasformandosi in forme croniche con compromissione della funzione respiratoria. Dieci, quindici giorni o più di riposo di cure sono indispensabili per ottenere una perfetta guarigione prima della ripresa dell’attività fisica, salvo complicazioni o forme particolarmente ribelli. Il ciclista, d’altra parte, è particolarmente esposto ai problemi tracheo-bronchiali per l’attività che svolge. In salita si suda per l’elevato impegno richiesto, mentre in discesa ci si raffredda e si è esposti facilmente a sbalzi della temperatura in funzione delle condizioni climatiche e delle variazioni altimetriche. Trascurare le forme infiammatorie a carico delle vie respiratorie espone l’atleta a facili e frequenti ricadute. Le polmoniti sono malattie estremamente serie e gravi, potendo lasciare con estrema facilità danni più o meno importanti alla funzione respiratoria. Può, allora, essere necessaria l’ospedalizzazione, e le condizioni generali sono sempre compromesse: la ripresa dell’attività fisica non deve avvenire se non dopo un congruo periodo di convalescenza e la perfetta guarigione. La prevenzione Naturalmente il sistema più efficace è di evitare gli sbalzi di temperatura e di esporsi al freddo coprendosi adeguatamente. La zona più delicata per il ciclista è la parte anteriore del torace. I momenti più delicati sono invece la sospensione dell’attività motoria, come avviene durante una lunga discesa o al termine della seduta di allenamento, specie se si è sudati. Oltre a proteggersi nel modo migliore, è bene avere sempre la possibilità di cambiarsi con indumenti asciutti. Il giornale da mettere sotto la maglia, sul torace, è uno fra i più antichi ed efficaci sistemi. Oggi esistono però in commercio dei tecnici e validissimi capi di abbigliamento (mantelline e gilet) utili per ripararsi e rispettare la natura... (alzi la mano chi non ha mai buttato via sul ciglio della strada il foglio di giornale usato in discesa...). Da un punto di vista farmacologico si hanno a disposizione vaccini antinfluenzali sicuri ed efficaci e altri prodotti in grado di stimolare le difese immunitarie. Il vostro medico personale sarà sicuramente in grado di consigliare su quale eventuale prodotto optare e non è una cattiva idea ricorrere ad alcune medicine nel caso ci si ammali con facilità o si sia particolarmente “delicati” di bronchi. Una protezione aspecifica sembra inoltre fornirla la vitamina C. La dose di 500-1000 mg al giorno sembra poter aiutare il nostro organismo a difendersi dalle malattie. Come curarsi In questa sede non parleremo specificamente delle varie terapie, spettando al medico di famiglia decidere sulle cure del caso, ma forniremo solo alcuni consigli e indicazioni per capire e conoscere meglio le terapie necessarie. Gli atleti agonisti devono fare particolare attenzione a tutti gli spray nasali e ai prodotti specifici per influenza e raffreddore in quanto spesso contengono sostanze considerate doping. Bisogna ricordare sempre al proprio medico l’esistenza di questo pericolo ed eventualmente, nel dubbio, rivolgetevi a uno specialista e a un centro di medicina dello sport, che ben conoscono questi problemi. La terapia dell’influenza e del raffreddore è sintomatica. Ciò significa che le cure servono a controllare e ad attenuare i disturbi, i sintomi, senza alcun effetto sul decorso della malattia. Il principale obiettivo è quello di evitare eventuali complicazioni, soprattutto broncopolmonari, in modo che raffreddore ed influenza rimangano tali. I principali farmaci utilizzati sono gli antinfiammatori, adottati per controllare e limitare i danni della malattia, e gli antipiretici, per frenare la febbre quando è presente. A volte possono essere necessari gli antibiotici. Perché essi funzionino a dovere ci si deve attenere scrupolosamente alle indicazioni del medico. Innanzitutto vanno assunti nella dose giornaliera prescritta, rispettando il più possibile gli orari di assunzione (ogni 8, 12 ore) e la terapia deve essere protratta fino alla fine, indipendentemente da come ci si sente. In genere la terapia antibiotica non va sospesa prima di cinque o più giorni poiché, in caso contrario, si rischiano pericolose ricadute. A differenza di quanto si pensa, gli antibiotici non debilitano e non influiscono negativamente sulla condizione più della malattia stessa, causa principale. Alcuni vecchi rimedi ed alcuni accorgimenti possono risultare molto utili, naturalmente abbinandoli alle cure e terapie prescritte. Il raffreddore può così essere aiutato con i fumenti, che consistono nel respirare i vapori di acqua bollente arricchita con del bicarbonato e/o apposite essenze balsamiche (ad esempio eucalipto). La tosse e il catarro richiedono un ambiente umido e una buona idratazione. Umidificate dunque il più possibile soprattutto la camera in cui dormite, ricorrendo eventualmente a un umidificatore, e bevete abbondantemente. A proposito dei “vecchi rimedi”, non vanno dimenticati i vecchi “cataplasmi”. Essi consistono nell’applicazione sul torace, in caso di tosse e catarro, sulla fronte, in caso di raffreddore e sinusite, di un impasto caldo a base di farina vegetale, come la farina di semi di lino, avvolta in un telo. LE FIBRE MUSCOLARILa “quantità” di fibre che formano i muscoli dipende da fattori genetici. Non è dunque possibile influire sulla loro composizione, ma solo migliorarne il rendimento. Il muscolo è formato da numerose fibre, che sono delle lunghe cellule capaci di contrarsi sotto specifici stimoli che partono dal sistema nervoso centrale. I gruppi di fibre sono avvolti da fasce in fascicoli e ciascuna fibra contiene al suo interno dei filamenti, i miofilamenti, composti da actina e miosina. La miosina si lega all’actina, determinando l’accorciamento della fibra e, di conseguenza, la contrazione del muscolo. Le fibre muscolari Le fibre muscolari non hanno tutte le medesime caratteristiche: all’interno del muscolo ritroviamo infatti, in proporzioni diverse, almeno tre differenti tipi di fibre. Una prima classificazione divide le fibre in tipo I e tipo II, anche chiamate, “lente” o “rosse” le prime e “veloci” o “bianche” le seconde. Le fibre di tipo II si dividono a loro volta in tipo A e tipo B. Troviamo ancora un terzo tipo di fibre II, denominate di tipo C ma raramente presenti nella muscolatura umana. Le fibre di tipo I Le fibre di tipo I sono chiamate “lente” perché hanno una velocità di contrazione relativamente lenta, impiegando fra 90 e 140 ms prima di raggiungere la tensione massima che risulta uguale per tutte le fibre ed è pari a circa 4 kg/cm2; sono chiamate anche “rosse”, per l’elevato contenuto di mioglobina, un “parente” della emoglobina che serve a trasportare l’ossigeno dal sangue all’interno del muscolo. Grazie al loro caratteristico patrimonio enzimatico, queste fibre sono capaci di contrarsi a lungo prima di affaticarsi e per produrre energia utilizzano sia i grassi che il glucosio. Sono le fibre tipiche delle prestazioni di resistenza, che producono energia prevalentemente attraverso il metabolismo aerobico. Le fibre di tipo II Le fibre di tipo II sono chiamate “veloci” perché hanno una velocità di contrazione elevata, impiegando fra 36 e 80 ms prima di raggiungere la tensione massima; sono poi chiamate “bianche” per il differente contenuto di enzimi che producono energia rispetto alle fibre rosse. Per contrarsi utilizzano preferenzialmente glucosio e si affaticano rapidamente. Sono, queste, le fibre tipiche delle prestazioni di potenza e di velocità, e producono energia prevalentemente attraverso il metabolismo anaerobico lattacido e alattacido. Come detto, si dividono ulteriormente in fibre di tipo II A e II B in funzione delle capacità metaboliche: le fibre II A sono infatti capaci di produrre energia anche attraverso il metabolismo aerobico, assumendo, da questo punto di vista, una posizione intermedia fra fibre di tipo I e fibre di tipo II B. La quantità di fibre di ciascun tipo dipende da fattori genetici e razziali e inoltre varia per ciascun muscolo. Questo significa che veloci o resistenti si nasce e non si diventa. Attraverso l’allenamento non si può infatti influire sulla composizione in fibre del muscolo, ma solo migliorarne il rendimento e le capacità con stimoli specifici e allenamenti appropriati. La componente genetica e razziale è ben evidente se si pensa all’atletica leggera. Il nero americano è infatti, generalmente, il più dotato nelle prestazioni di velocità, mentre il nero africano eccelle nelle prestazioni di resistenza. L’ELETTROCARDIOGRAMMAA riposo e dopo lo sforzo. Così va effettuato il tracciato cardiaco valido ai fini dell’idoneità sportiva. La legge attuale prevede che venga effettuato un elettrocardiogramma in condizioni di riposo e successivamente un altro elettrocardiogramma dopo sforzo. Per sforzo la legge intende quello di salire e scendere un gradino (step test), e in particolare nel nostro Paese, è di uso corrente effettuare lo step test di Harward modificato secondo Montoye. Il test consiste nel salire e scendere per 30 volte al minuto e per 3 minuti un gradino di altezza variabile (30, 40, 50 centimetri) secondo la statura del soggetto. Secondo la legge Secondo la legge, la registrazione dell’elettrocardiogramma dovrebbe essere effettuata una volta terminato lo sforzo e dopo che il soggetto ha assunto la posizione clinostatica. In realtà, con modesti accorgimenti tecnici (accurata preparazione della cute, elettrodi monouso adesivi), è possibile ottenere anche durante lo sforzo tracciati di qualità sufficiente e per tale motivo non può più essere accettata la registrazione effettuata esclusivamente dopo il termine dell’esercizio. All’acme dello sforzo e a intervalli regolari dopo il termine dell’esercizio viene misurata la pressione arteriosa. Rispetto alle prove da sforzo effettuate con il cicloergometro o il nastro trasportatore, lo step test secondo Montoye presenta alcuni vantaggi e molti svantaggi che hanno suscitato e continuano a suscitare dubbi e perplessità nei cardiologi clinici circa la sua affidabilità. A fronte di una innegabile semplicità di esecuzione, una minore durata della prova e di costi limitati, esso spesso non consente una valutazione funzionale-cardiovascolare esauriente dal momento che risulta per molti soggetti un test largamente sottomassimale, ossia un test che non è in grado di portare il cuore a intensità di lavoro davvero elevate. Per tale motivo può non essere idoneo a svelare patologie quali, ad esempio, quella a carico delle arterie coronarie (cardiopatia ischemica), che spesso diventano palesi all’elettrocardiogramma solo quando il cuore raggiunge livelli di lavoro davvero importanti. Quindi, se lo step test si rivela ancora valido nella valutazione dei soggetti in età giovanile, esso risulta spesso inadeguato nella valutazione della popolazione di sportivi in età adulta e avanzata in cui è di gran lunga di più frequente riscontro la patologia delle arterie coronarie, malattia che può sfociare nell’infarto e/o nella morte improvvisa. Sarebbe raccomandabile... Pertanto sarebbe raccomandabile effettuare nei soggetti con più di 35-40 anni, un test da sforzo massimale al cicloergometro o al nastro trasportatore. Ciò comporta un piccolo aumento del costo della visita ma, in tali soggetti, un semplice step test, il più delle volte, può non essere sufficiente per escludere la presenza di lesioni potenzialmente assai pericolose. Ovviamente, in ogni caso, qualora necessario, il medico dello sport potrà richiedere di effettuare ulteriori indagini quali, ad esempio, ecocardiogramma ed elettrocardiogramma delle 24 ore. PIÙ SANI IN SELLACon la visita di idoneità inizia il viaggio che un ciclista può percorrere insieme a un medico dello sport per migliorare la propria salute e le “performance” senza correre rischi. I recenti avvenimenti, relativi alle indagini in materia di doping, ai quali i mass media tuttora dedicano larghi spazi, hanno indubbiamente creato sconcerto nell’opinione pubblica e potrebbero aver insinuato il sospetto che i medici dello sport, in particolare quelli che seguono da vicino squadre e/o atleti singoli, nell’intento di migliorarne le capacità prestative, possano in qualche modo non tenere nella giusta considerazione la salute dell’atleta. Ciò non corrisponde al vero. Il problema, semmai, sta nel fatto che, probabilmente, solo un numero esiguo di medici sportivi negli ultimi anni potrebbe aver oltrepassato i confini del lecito prescrivendo ai propri atleti sostanze e/o farmaci non consentiti dalle vigenti normative in materia di doping e, quindi, pericolosi per la salute. Questo, però, non vuol dire che l’intera categoria dei medici sportivi in Italia debba essere messa sul banco degli imputati anche se, in realtà, si è cercato in alcuni casi, e da più parti, di strumentalizzare l’utilizzo di sostanze del tutto lecite per insinuare nell’opinione pubblica il sospetto che la figura del medico dello sport dovesse essere avvicinata a quella di uno stregone intento a somministrare ogni tipo di sostanza pur di aumentare il rendimento dei suoi atleti. A tal proposito è bene ricordare che la creatina, gli amminoadici ramificati, i pool di proteine, gli antiossidanti e altre sostanze ancora, tutte recentemente oggetto di denunce, di indagini e di interventi - non sempre perfettamente pertinenti e condivisibili - da parte di grossi ricercatori sui mass media, si possono facilmente trovare in vendita anche nei supermercati (con regolare autorizzazione del Ministero della Sanità) e che quindi anche le nostre nonne o i nostri figli possono consumarne senza alcuna prescrizione e controllo medico. Ma, al di là di ciò, che pure resta materia da chiarire e che ci si augura diventi al più presto oggetto di disposizioni più dettagliate inerenti dosaggio massimo ammissibile e alcune raccomandazioni d’uso, è utile sottolineare come la medicina dello sport italiana sia invece tenuta in grossa considerazione negli altri Paesi europei che ci riconoscono livelli di preparazione eccelsi e scuole di primissimo ordine. Molti Paesi europei, al fine di introdurre nei propri corsi di specializzazione universitari la medicina dello sport, hanno infatti chiesto informazioni e materiale ai direttori delle scuole italiane, riconoscendone l’indiscussa levatura scientifica e attestando l’estrema utilità della figura del medico dello sport in una società che sempre di più sta facendo proprio il concetto di salute e che vive il boom dell’attività fisica con una moltitudine di praticanti nelle palestre, negli impianti sportivi e sulle strade. Chi è il medico dello sport Il medico dello sport è un laureato in medicina e chirurgia che dopo il corso di laurea universitario, il più delle volte spinto dalla passione per lo sport (spesso si tratta di ex atleti di livello più o meno elevato), ha intrapreso il corso di specializzazione post-laurea in Medicina dello Sport. Tale specializzazione, riconosciuta dalle normative europee, ha una durata di quattro anni, richiede la frequenza obbligatoria alle lezioni e all’attività didattica di tipo pratico (esercitazioni spesso anche sui campi di gara) e contempla numerosi insegnamenti (circa 7-8 ogni anno) con esami di profitto annuali. Alla fine del corso, il medico dello sport ha acquisito solide conoscenze di anatomia e fisiologia dell’esercizio fisico, biochimica, dietetica e integrazione energetica, cardiologia, traumatologia, valutazione funzionale. Spesso il medico dello sport ha conseguito anche altre specializzazioni e in particolare la cardiologia e l’ortopedia possono risultare assai utili nell’esercizio della professione contribuendo ad aumentare le sue competenze specifiche. Le sue funzioni Lo scopo di questo e di altri articoli che troverete sulle pagine della nostra rivista nei prossimi mesi, è quello di far conoscere agli utenti la figura del medico dello sport, le sue specifiche competenze e la sua reale funzione che è quella di salvaguardare la salute della popolazione che pratica sport a tutti i livelli, di promuovere tra gli sportivi praticanti la diffusione dei concetti di conservazione della salute e benessere psicofisico senza dimenticare ovviamente che le sue conoscenze e la sua opera devono essere mirate anche al miglioramento delle capacità prestative dell’atleta, ovviamente nel pieno rispetto delle normative vigenti in tema di tutela della salute. In una parola, cercheremo di dare un contributo alla crescita del rapporto medico dello sport-atleta allargandone i confini, oggi troppo spesso limitati alla sola visita di idoneità allo sport agonistico. Per far questo seguiremo in un ideale itinerario le tappe più importanti e significative di questo rapporto professionale, ovviamente a partire dal primo incontro che comunemente coincide con la visita di idoneità agonistica. La visita di idoneità Dal 1982 vige in Italia una normativa di legge che prevede che ogni individuo che intenda praticare attività sportive di tipo agonistico e/o non agonistico debba sottoporsi a una visita di idoneità. Le varie federazioni sportive, adeguandosi a quanto previsto dalla legge, hanno indicato quali, tra le attività competitive da esse organizzate, dovessero essere considerate agonistiche e quali, invece, non agonistiche. Quindi, anche per prendere parte alle attività di tipo non agonistico, è comunque prevista l’effettuazione di una visita che, ovviamente, prevede un numero minore di esami rispetto a quella per l’agonismo. La legge era nata con l’intento di ridurre (se non eliminare) il numero di morti improvvise durante lo svolgimento di attività sportiva e comunque, in senso più lato, di limitare tutta quella serie di eventi negativi (infortuni, lesioni invalidanti, ecc.) che si potevano verificare quando a praticare uno sport era un individuo fisicamente non idoneo. Il legislatore chiariva inoltre che la visita di idoneità allo sport agonistico (e più recentemente anche quella per lo sport non agonistico) dovesse essere effettuata da uno specialista in Medicina dello Sport il quale doveva ovviamente assumersi anche tutte le responsabilità penali nel caso di eventi luttuosi a carico di sportivi ai quali fosse concessa l’idoneità pur non avendone i requisiti. A 17 anni dall’entrata in vigore di quella legge, anche grazie a successive modifiche e soprattutto al notevole miglioramento della preparazione e delle conoscenze del medico sportivo, si iniziano a vedere i primi indiscutibili risultati, tanto che altre nazioni europee vogliono adeguarsi alle nostre normative in tema di tutela sanitaria delle attività sportive. Qualche problema, comunque, si è dovuto affrontare e in particolare, in passato, si è assistito a una specie di “commercio sotto banco” delle visite di idoneità, tanto che alcuni medici dello sport, squalificando la professione e perdendone in dignità, usavano raggruppare intere polisportive (40-50 ragazzi) effettuando le visite “a domicilio” presso gli impianti della società e spesso in locali inidonei sia per condizioni igieniche sia per norme di sicurezza. Così facendo, riuscivano ad abbattere i costi, rilasciando certificati di idoneità alla cifra di 15-20.000 lire ciascuno: un’assurdità soprattutto perché ciò suscita grosse perplessità sulla qualità e l’accuratezza della visita considerando che 50 visite in 5-6 ore non consentono di dedicare a ogni singola visita più di una decina di minuti. Successivamente le regioni hanno iniziato a legiferare autonomamente in materia (alcune in maniera fin troppo accentratrice, tanto da riconoscere valide solo le visite effettuate presso pochissimi centri accreditati e dimenticando, di fatto, l’autonomia, e l’indipendenza professionale dei singoli medici dello sport che così non potevano operare), ed ora, anche se molto lentamente e con qualche reticenza, tutte si stanno conformando alla disposizione già vigente nella regione Lazio. Quest’ultima riconosce la figura dello specialista in Medicina dello Sport come preposta all’effettuazione delle visite di idoneità a patto però che egli effettui le visite solo in uno studio o in un ambulatorio autorizzato e quindi conforme alle normative vigenti in tema di studi medici e di ambulatori, che possegga gli strumenti che la legge ha stabilito essere necessari per l’espletamento di una visita di idoneità, che si impegni a non effettuare visite al di fuori dello studio, in locali non riconosciuti. Inoltre, sono stati fissati i prezzi minimi delle visite e pertanto una visita di idoneità allo sport agonistico per un individuo al di sotto dei 18 anni non può essere effettuata per meno di 50.000 lire, mentre non può costare meno di 70.000 la visita effettuata da un individuo con più di 18 anni. Attenzione, però, perché questi sono i prezzi minimi, e ciò vuol dire che un medico dello sport può anche aumentare queste tariffe soprattutto qualora ritenga di essere in grado di fornire una prestazione di più alto livello in funzione delle sue specifiche conoscenze e della qualità della strumentazione in suo possesso. La visita di idoneità allo sport non agonistico comprende l’anamnesi, la visita clinica e l’elettrocardiogramma a riposo; la visita di idoneità allo sport agonistico comprende invece l’anamnesi, la visita clinica, la spirometria, l’elettrocardiogramma a riposo e dopo sforzo (step test), l’esame delle urine. Perché va effettuata Quasi tutte le discipline sportive comportano un notevole impegno cardiovascolare. Il ciclismo, in particolare, in quasi tutte le sue specialità, richiede un impegno cardiovascolare da elevato a massimale e, in molti casi, per lunghi periodi di tempo. È evidente, quindi, che i praticanti non possono assolutamente presentare patologie di rilievo a carico soprattutto del cuore, ma anche di altri organi e apparati (polmoni, vasi, reni ecc.). Le patologie cardiache costituiscono, poi, la stragrande maggioranza delle cause di decesso durante la pratica di attività sportive e, per tale motivo, anche la causa di gran lunga più frequente di inidoneità. Ne consegue che diventa assolutamente necessario sottoporsi a una visita accurata che sia in grado di escludere la presenza di patologie cardiache importanti. Nonostante ciò, l’atteggiamento di molti è quello di ritenersi in perfetta forma, di non avere bisogno di visite e, quindi, di considerare la visita di idoneità perfettamente inutile, anzi solo una spiacevole incombenza, un obbligo cui non ci si può sottrarre per motivi di legge. Si finisce con il cercare di evitarla, o perlomeno la si affronta con spirito poco collaborativo, magari scegliendo il medico che a detta di tutti è il più sbrigativo, il meno “pignolo” possibile e, semmai, anche il meno esoso. Non è affatto raro che tale atteggiamento si trovi proprio in soggetti in età adulta, matura e avanzata, quelli cioè che per età e fattori di rischio hanno una più alta probabilità di presentare patologie cardiovascolari (ipertensione arteriosa, cardiopatia ischemica, ecc.) e che quindi dovrebbero sottoporsi al controllo spontaneamente. Tutto ciò senza considerare che spesso tale controllo è la prima importante visita cui ci si sottopone nel corso della vita e che comunque essa può consentire di evidenziare piccole disfunzioni e/o patologie che, senza vietare l’attività sportiva, una volta individuate, possono poi essere seguite e/o trattate al fine di evitare sequele più serie con il passare degli anni. Come arrivare preparati Innanzitutto è opportuno affrontare la visita con lo spirito giusto. Molti, come detto, la vedono come una spiacevole incombenza, un ostacolo da superare, la affrontano malvolentieri e spesso con spirito poco collaborativo. Alcuni giocano addirittura a nascondino non facendo cenno ad alcuni problemi fisici che avvertono per la paura di essere inidonei. Altri, infine, accettano malvolentieri il consiglio di effettuare esami aggiuntivi per chiarire qualche dubbio diagnostico o, peggio, il giudizio di inidoneità. Allora si inizia a girare da un medico sportivo all’altro nella speranza che uno di loro possa concedere l’agognato lasciapassare. La collaborazione Ma l’atteggiamento più corretto dovrebbe essere quello della estrema collaborazione nella convinzione che proprio l’effettuazione di una buona visita può consentire di affrontare l’attività sportiva senza il timore di incorrere in spiacevoli sorprese e quindi in una situazione psicologica invidiabile, soprattutto in età matura e avanzata, allorquando qualche piccolo campanello di allarme inevitabilmente può iniziare a suonare. D’altra parte anche l’esito negativo deve essere accettato senza rancori poiché serve a evitare di esporsi a sforzi eccessivi che potrebbero risultare assai dannosi se non addirittura letali. Spesso l’inidoneità allo sport agonistico non equivale all’impossibilità assoluta di praticare attività sportiva, ma solo alla necessità di limitare l’impegno circoscrivendolo a intensità di esercizio più contenute. Quindi lo spirito più giusto nell’affrontare la visita è quello della piena collaborazione, e a tal fine è senz’altro utile concentrarsi nei giorni precedenti per poter riferire al medico piccoli dubbi, incertezze, sintomi avvertiti specie se concomitanti con l’attività fisica. Infine, è necessario portare con sé tutta la documentazione medica disponibile, meglio se raccolta in ordine di tempo. In particolare, possono rivelarsi assai utili radiogrammi del torace, analisi cliniche, copia di cartelle cliniche in caso di ricoveri in centri di cura e, in particolare, vecchi elettrocardiogrammi, anche se relativi alla propria infanzia, per far sì che il medico possa convincersi che piccole anomalie dell’elettrocardiogramma non sono insorte recentemente e anzi sono rimaste costanti nel corso degli anni. Tutti i praticanti attività sportive dovrebbero quindi avere una cartellina personale ove conservare con scrupolo e precisione la documentazione sanitaria e portarla in visione ogniqualvolta si renda necessario.. Come avviene la visita Raccolta di informazioni e accurata indagine. Ecco cosa avviene durante il primo incontro con il medico. La visita inizia con la raccolta dei dati identificativi personali e subito dopo il medico chiede all’atleta di ricordare tutte le più importanti malattie sofferte nella vita, il motivo di eventuali ricoveri in ospedali, gli interventi chirurgici subiti, eventuali allergie. Un momento molto importante è quello delle domande relative all’anamnesi familiare, ossia l’indagine che consente al medico di stabilire quelle che sono le malattie più frequenti nella famiglia cui l’atleta può, pertanto, risultare più facilmente soggetto. Sarà utile ricordare con precisione i problemi di salute dei genitori e dei nonni paterni e materni, la causa di eventuali decessi e soprattutto se in famiglia (quando per famiglia si intende oltre ai genitori e ai nonni anche fratelli, sorelle, zii, cugini) sono diffuse patologie quali infarto, cardiopatie congenite, diabete, ipertensione arteriosa, ipercolesterolemia, o se ci sia stato qualche caso di morte improvvisa, specie se in giovane età. Successivamente il medico indagherà sulle abitudini di vita del soggetto che si sottopone alla visita chiedendo se fuma e, nel caso, da quanto tempo e quante sigarette in media al giorno, se consuma caffè o bevande nervine in genere, alcolici o superalcolici. Altro momento importante è quello in cui il medico chiede notizie sull’attività sportiva svolta, sul numero e l’intensità degli allenamenti effettuati di solito in una settimana, sui risultati agonistici conseguiti, il tutto per rendersi conto del tipo di impegno cui l’atleta ha sottoposto e sottoporrà il proprio fisico. Dopo la misurazione della statura e del peso, il medico dello sport dovrebbe effettuare un’accurata visita clinica che, dopo aver esplorato i vari organi e apparati accessibili alle manovre di semeiotica, culmina con l’auscultazione del torace (cuore e polmoni) e la misurazione della pressione arteriosa. È un momento assai importante perché il medico esperto può sicuramente rilevare attraverso l’esame obiettivo segni che possono far nascere il sospetto di eventuali anomalie su cui indagare successivamente con esami più approfonditi. Spesso è il rilievo di soffi cardiaci, di aritmie o di valori pressori elevati che induce il medico dello sport a richiedere prima della concessione dell’idoneità l’effettuazione di esami aggiuntivi quali ecocardiogramma, elettrocardiogramma dinamico delle 24 ore, monitoraggio delle 24 ore della pressione arteriosa, prova da sforzo massimale al cicloergometro. IMPARIAMO A RESPIRAREUna corretta respirazione porta la giusta quantità di ossigeno al sangue ed elimina l’anidride carbonica che esso contiene. Vediamo di che si tratta. Quando si sta svolgendo una attività fisica, i muscoli consumano ossigeno per produrre l’energia necessaria alla loro contrazione e producono anidride carbonica che rappresenta uno dei materiali di scarto del processo di contrazione. Aumentando l’intensità dello sforzo crescono anche il bisogno di ossigeno e la produzione di anidride carbonica e di conseguenza aumenta la frequenza cardiaca per portare più sangue ai muscoli. Ce ne accorgiamo facilmente dalla quantità di aria respirata con la comparsa del tipico “fiatone”. Attraverso la respirazione si fornisce l’ossigeno al sangue e si elimina l’anidride carbonica in esso contenuta. L’aumento della quantità d’aria respirata è un importante segnale in grado di indicarci quanta fatica stiamo facendo e sicuramente la respirazione ci dà indicazioni più chiare o facilmente comprensibili dell’aumento del battito cardiaco. In genere riusciamo a capire bene a quale intensità di lavoro siamo dalle sensazioni respiratorie. Il fiatone, inteso come respirazione tanto elevata da dare una sensazione quasi di soffocamento, di mancanza d’aria, è quella che in genere ci costringe a ridurre l’intensità del lavoro e a volte anche a fermarci per “riprendere fiato”. Come è fatto e come funziona L’apparato respiratorio è formato da diverse strutture: il naso e la bocca, la faringe, la laringe, la trachea, i bronchi, i polmoni. L’aria entra attraverso il naso o la bocca, passa attraverso la faringe e la laringe per raggiungere la trachea, che, a sua volta, in prossimità dei polmoni, si divide in due parti: i bronchi. Il bronco di destra e quello di sinistra portano l’aria rispettivamente al polmone destro e sinistro. All’interno del polmone i bronchi si dividono poi più volte, diventando sempre più piccoli a ogni divisione. Trachea e bronchi formano una struttura arborescente, cioè un albero capovolto, dove la trachea è il tronco e i vari bronchi sono i rami. I bronchi terminano negli alveoli, la sede degli scambi fra il sangue e l’aria, e gli alveoli sono delle piccole sfere avvolte dai vasi sanguigni. Questa struttura può essere paragonata a un grappolo d’uva, dove gli acini sono gli alveoli e i piccoli bronchi il graspo. Il polmoni, poi, sono avvolti da una membrana, la pleura, e sono contenuti nella gabbia toracica, formata dalle coste che si uniscono davanti attraverso lo sterno, e dietro attraverso le vertebre, formando una vera e propria gabbia. Internamente la gabbia toracica è rivestita anch’essa da una membrana formata da un ripiegamento della pleura, mentre esternamente e fra le coste abbiamo i muscoli respiratori. La cavità toracica è separata dall’addome da un muscolo chiamato diaframma. Abbiamo detto che la pleura, dopo aver rivestito il polmone, si ripiega e va a rivestire l’interno della gabbia toracica. Fra queste membrane c’è il vuoto, in modo che esse non possano essere separate. Questa caratteristica è estremamente importante perché consente la respirazione: i muscoli respiratori aumentano le dimensioni della gabbia toracica alzando le coste, il diaframma, contraendosi, si abbassa, e i polmoni si gonfiano trascinati dalla pleura. La respirazione La respirazione è un atto involontario/volontario. Infatti respiriamo senza rendercene conto, senza doverci pensare, ma se vogliamo possiamo trattenere il fiato, stare in apnea, respirare più o meno velocemente o con respiri più o meno profondi. In condizioni di riposo compiamo una ventina di atti respiratori al minuto inferiori, come ampiezza, a un litro di aria. Utilizziamo circa un quinto della quantità d’aria massima che i nostri polmoni contengono e respiriamo una decina di litri di aria al minuto. Sotto sforzo aumenta la quantità d’aria respirata fino a oltre 200 litri al minuto, con ogni respiro utilizziamo circa la metà della quantità massima di aria contenibile nei polmoni ed eseguiamo più di 60 respiri al minuto. Per aumentare la quantità di aria respirata, cioè la ventilazione, abbiamo quindi due possibilità: la prima di fare atti respiratori, cioè respiri, più ampi e profondi, la seconda di aumentare il numero di atti respiratori. Sotto sforzo vengono utilizzate tutte e due queste possibilità, sfruttando inizialmente, cioè a basse intensità d’esercizio, l’ampiezza degli atti respiratori, e in seguito, con il crescere dell’intensità dell’esercizio, aumentando il numero di atti respiratori. A questo proposito è bene segnalare come non sia necessario impegnarsi a respirare in una maniera piuttosto che in un’altra: infatti non è assolutamente vero che sia meglio respirare profondamente e lentamente piuttosto che frequentemente. Il sistema di controllo involontario della respirazione sa esattamente cosa deve e come deve fare, in qualunque condizione ci si trovi. I meccanismi che determinano l’aumento della respirazione sotto sforzo, tuttavia, non sono completamente chiariti. La respirazione a riposo risente maggiormente degli aumenti dell’anidride carbonica che della carenza di ossigeno, mentre durante l’attività fisica l’incremento della ventilazione è superiore alle variazioni di questi gas, a indicare sicuramente un’influenza importante dei movimenti e della contrazione dei muscoli. Una situazione particolare si determina quando si compiono sforzi molto intensi e improvvisi: l’aumento della respirazione tende ad avvenire in ritardo, a dimostrazione di come in queste situazioni i muscoli lavorino senza ossigeno. Inoltre, in caso di sforzi meno improvvisi, la respirazione inizialmente cala abbastanza rapidamente, per poi rimanere più a lungo un po’ più alta rispetto al normale. In queste situazioni l’aumento della respirazione serve soprattutto ad eliminare l’anidride carbonica prodotta, a riportare alla normalità l’acidità del sangue e a fornire più ossigeno per recuperare lo sforzo fatto. A differenza di quanto si può pensare, le capacità massime di lavoro del nostro organismo non dipendono dall’apparato polmonare, a condizione che sia sano e perfettamente efficiente. Questo apparato è in grado di svolgere il suo mestiere molto bene. I limiti alla prestazione fisica sono dunque legati alle capacita dell’apparato cardio-circolatorio e del muscolo: le prestazioni massime dipendono dalla quantità di ossigeno non fornita al sangue attraverso la respirazione, ma trasportata attraverso il sangue ed estratta dai muscoli. Problemi polmonari I principali problemi polmonari nel ciclista interessano i bronchi. Si tratta di processi infettivi causati da virus o batteri che prendono il nome di bronchiti. La maggior parte di queste patologie sono su base influenzale o complicazioni di influenze trascurate. Il sintomo dominante è la tosse, inizialmente secca, che in seguito si trasforma in produttiva o grassa quando compare il catarro, spesso indice di infezione batterica. La febbre è un cattivo segno, soprattutto se alta e con rapidi alti e bassi nella giornata: può indicare che si è di fronte a una polmonite. Il processo infiammatorio bronchiale può inoltre far restringere i bronchi più piccoli. Essi infatti possiedono nella loro parete dei muscoli che servono a fare modificare l’ampiezza a seconda delle necessità. Quando il loro lume si restringe troppo, ci si trova di fronte al cosiddetto broncospasmo, causa dell’asma. L’insorgenza di questo fenomeno complica la bronchite, trasformandola nella forma chiamata bronchite spastica, cioè bronchite associata ad asma. La componente asmatica si riconosce all’auscultazione del polmone e viene avvertita come una difficoltà ad espirare, accompagnata da sibili e fischi. L’asma, comunque, può anche esistere da sola, come malattia. Oltre alle forme asmatiche causate da allergie a determinate sostanze, come la polvere o i pollini, esistono delle forme dovute all’attività fisica. In genere queste forme sono scatenate dalla corsa a piedi e, meno frequentemente, dall’attività ciclistica: il fenomeno si presenta sotto sforzo e soprattutto nel recupero. La diagnosi viene fatta con appositi test, in cui si valuta la funzionalità respiratoria durante e dopo lo sforzo. Come respirare Spesso ci si chiede come si deve respirare durante l’attività fisica. Una prima questione è se sia meglio respirare con il naso o con la bocca. Le vie respiratorie svolgono una importante funzione: preparano l’aria affinché siano possibili gli scambi di ossigeno e anidride carbonica a livello degli alveoli polmonari. A livello degli alveoli l’aria deve essere a temperatura corporea, 37 C°, deve essere satura di umidità, cioè al 100%, e deve essere priva di particelle estranee, come la polvere. L’aria passando attraverso il naso si umidifica, si purifica, lasciando depositate le impurità sulla mucosa nasale e viene riscaldata. Le cavità nasali sono concepite e costruite per assolvere al meglio questo compito. Quando si respira con la bocca queste operazioni si svolgono dalla trachea in giù, risultando quindi meno efficaci. Inoltre l’aria passando attraverso la bocca colpisce la gola seccandola ed esponendola più facilmente a irritazioni. Sembra quindi ovvio affermare che si deve sempre respirare con il naso e mai con la bocca. Tuttavia le cavità nasali hanno un limite, che è la quantità massima di aria che riesce ad attraversarle. Fino a quando le richieste si aggirano attorno ai 40-60 litri di aria al minuto è possibile respirare solo dal naso, ma quando l’intensità del lavoro richiede volumi d’aria superiori è indispensabile ricorrere alla bocca. Quando si deve ventilare molto si ricorre contemporaneamente a naso e bocca. Come ci si deve comportare? E allora, come ci si deve comportare? Fintanto che è possibile, cercate di respirare con il naso, eventualmente inspirando con il naso ed espirando con la bocca, guadagnando così qualche litro in più grazie a un’espirazione facilitata. Quando le richieste di aria aumentano, si deve abbandonare la respirazione nasale e passare alla respirazione con la bocca senza porsi troppi problemi: non è altrimenti possibile, come detto, garantire al nostro organismo in attività tutta l’aria di cui necessita. Per quanto riguarda il ritmo in relazione al gesto, non vi sono regole precise trattandosi di un gesto ciclistico in cui gli arti inferiori si contraggono alternativamente. Diverso è quando si svolgono esercizi di stretching o di pesistica: nel primo caso si inspira profondamente e si espira lentamente e profondamente durante la fase di allungamento, nel secondo caso si inspira durante lo sforzo e si espira durante il rilasciamento. LA ZONA PERINEALEIl contatto tra il nostro corpo e la sella può essere la causa di noiosi fastidi per chi va in bici. Ecco allora come è possibile prevenire e alleviare i dolori. Il soprassella è quella zona del nostro corpo che viene a contatto con la sella. Anatomicamente questa zona si chiama perineo ed è delimitata in avanti dai genitali e dall’osso pubico, posteriormente dall’orifizio anale e lateralmente dalle due ossa del bacino, le tuberosità ischiatiche. Le tuberosità ischiatiche hanno il compito di sorreggere il peso del nostro corpo quando siamo seduti. La zona perineale è rivestita di cute ricca di peli e di ghiandole sudoripare e sebacee e contiene al suo interno diverse strutture anatomiche: troviamo vasi e nervi che si dirigono agli organi sessuali, troviamo la vescica e l’uretra, il condotto attraversato dall’urina, e negli uomini, la prostata. Le strutture che soffrono la posizione in sella sono soprattutto la cute e le sue strutture, peli e ghiandole, i vasi ed i nervi, meno l’uretra e la prostata. Le principali patologie I problemi e le patologie sono allora causati dallo sfregamento della cute contro il fondello dei pantaloncini e dalla pressione esercitata dalla sella. Altre patologie, che colpiscono la cute, sono invece comuni anche ad altre attività sportive e sono causate, ad esempio, dalla sudorazione e dalla macerazione della pelle. Le malattie possono così essere considerate su base meccanica oppure infettiva, causate da batteri virus, funghi o miceti, e le patologie su base meccanica dipendono, in parte, dall’uso di attrezzature inadeguate o non adatte alle proprie caratteristiche: la sella è la principale causa di sofferenza. I principali disturbi Il fastidio ben conosciuto da tutti i ciclisti è la perdita di sensibilità, la presenza di formicolii ai genitali. Il disturbo è causato da una compressione a livello del perineo dei fasci vascolo-nervosi che lo attraversano. I sintomi si alleviano facilmente modificando la posizione in sella o, meglio, alzandosi sui pedali. In genere essi compaiono quando si mantengono a lungo posizioni aerodinamiche e si scivola in avanti sul sellino per ricercare la massima spinta sui pedali. Compressioni eccessive e protratte, tuttavia, possono a lungo andare essere dannose, per l’uretra e per la prostata. La causa può ricercarsi nel sellino, e in primo luogo si deve controllare la sua posizione: la superficie di appoggio deve essere parallela al terreno. Si può facilmente verificare la posizione del sellino posizionando su di esso una livella e controllando che sia in bolla rispetto al terreno, naturalmente con la bicicletta perfettamente in piano. La punta della sella può essere rivolta in alto o in basso di qualche millimetro, ovvero più o meno in bolla, ma sempre quasi in bolla. In secondo luogo si deve verificare la sua condizione: con la comparsa dei primi sintomi si deve verificare se la sella si deforma eccessivamente sotto il peso del corpo. Una sella non è eterna e quando la sua struttura cede per usura e si “imbarca” deve essere cambiata. Per quanto riguarda la forma della sella è difficile dare precise indicazioni. La sua forma, infatti, si deve adattare alle caratteristiche personali. Le due tuberosità ischiatiche si devono appoggiare sulla sella mantenendo il perineo sospeso, o comunque non compresso contro la parte anteriore della sella. In altre parole, la sella deve essere stretta, proporzio-nata alla distanza fra le due tuberosità. La distanza fra le due tuberosità è infatti individuale ed in particolare è maggiore nella donna rispetto all’uomo. È questo il motivo principale per cui una sella definita comoda da qualcuno, può non esserlo affatto per altri, e perché risulti particolarmente difficile alle donne trovare selle adeguate. Oggi, comunque, numerose ditte hanno ideato anche selle appositamente concepite per il sesso femminile, un po’ più larghe e corte. A differenza di quanto si possa pensare, non è detto che una sella ecces-sivamente morbida ed imbottita sia anche comoda. Il materiale di rivestimento può infatti comprimere eccessivamente, modellandosi ed adattandosi alle nostre forme. Il rivestimento della sella deve essere morbido, ma non eccessivamente spesso. E, come detto, le forme diverse e tutti gli accorgimenti ideati per rendere più comoda la sella non è detto che ben si adattino alla nostra fisionomia. I principi alla base della loro ideazione sono naturalmente corretti, ma non si adattano a tutti. È quindi ovvio pensare che se esistono diverse soluzioni significa che non esiste la soluzione ideale per tutti. E di soluzioni di qualità, veramente per tutti, ne esistono in grande numero. Le malattie cutanee Le malattie cutanee perineali ciclistiche sono molteplici. Esse spaziano dai semplici arrossamenti ed irritazioni, alla formazione di piccole lesioni, piccoli tagli, a processi infettivi come i foruncoli, le micosi e la formazione di cisti di diversa natura. Causano queste patologie gli sfregamenti fra la cute, i calzoncini e la sella, con la collaborazione della sudorazione. Gli sfregamenti irritano la cute, che appare rossastra, prude e a volte brucia anche. Su questo terreno trova condizioni favorevoli lo sviluppo di microrganismi patologici. I peli, strappati, possono, ricrescendo rimanere all’interno della pelle senza trovare modo di uscire, anche a causa dell’occlusione dell’orifizio pilifero. Si formano così foruncoli, se si annidano batteri, o cisti, per lo più di natura sebacea. Accanto alla radice del pelo abbiamo infatti delle ghiandole che producono una sostanza chiamata sebo e l’occlusione del canale di fuoriuscita del sebo determina la formazione della cisti, ovvero una formazione sferica contenente appunto il sebo che non ha più via di uscita. I foruncoli sono dei piccoli ascessi sottocutanei causati da un’infezione batterica (il germe si chiama stafilococco) del follicolo pilifero, la radice del pelo, e possono presentarsi isolati oppure diffusi. In questo secondo caso si parla di foruncolosi. Il loro trattamento consiste nel rispetto di norme igieniche: lavare ed asciugare la cute accuratamente ed applicare prodotti disinfettanti ed antisettici. A volte può essere necessaria l’incisione chirurgica o l’applicazione locale o l’assunzione di prodotti a base di antibiotico. Le cisti, invece, se diventano voluminose e dolorose, devono essere trattate il più delle volte chirurgicamente. Le irritazioni richiedono trattamenti simili ai foruncoli, cioè un accurata igiene e l’uso di prodotti antisettici. Particolare attenzione deve essere fatta affinché le semplici irritazioni non si complichino con una sovrainfezione batterica o virale. In questi casi, o comunque in caso di irritazioni particolarmente importanti e persistenti, è d’obbligo ricorrere allo specialista dermatologo. Una patologia tipica del ciclista a livello perineale è l’epidermite fibrosa: la sudorazione, il riscaldamento, lo sfregamento ripetuto. I conseguenti microtraumatistmi ed irritazioni possono causare un rigonfiamento (edema) del perineo di consistenza dura. La prevenzione Abbiamo già parlato della scelta della sella, che deve fondamentalmente essere adatta alle proprie caratteristiche anatomiche: sufficientemente larga da garantire un appoggio corretto delle tuberosità ischiatiche senza eccessive compressioni sul perineo, morbida ma non deformabile e con il rivestimento non eccessivamente spesso e comprimibile. Purtroppo il solo modo di verficare l’effettiva comodità è quello di provarla, sperando di aver fatto una buona scelta. In secondo luogo si deve prestare attenzione agli indumenti. I pantaloncini devono essere di buona qualità, in particolare il fondello: oggi esistono fondelli costruiti con materiali traspiranti, in grado di assorbire il sudore e con caratteristiche antibatteriche. Verificate poi, periodicamente, lo stato del fondello, sostituendolo, o sostituendo i calzoncini quando hanno perso la loro morbidezza e compaiono pieghe che persistono alla sua distensione. I calzoncini devono essere naturalmente lavati con frequenza e, perché no, ricorrendo a detersivi disinfettanti come quelli per gli indumenti intimi del bebè. Analogo discorso vale per l’igiene personale: la cute va lavata con sapone ed acqua, ricordando che la miglior azione disinfettante viene esplicata dallo sfregamento e non dal sapone. Nella scelta del sapone sono più indicati i saponi a Ph acido, che rispettano il normale ambiente presente sulla cute: l’ambiente acido cutaneo è la miglior difesa contro le infezioni fungine, le micosi. I prodotti o detergenti ad azione disinfettante specifica, come ad esempio i detergenti comunemente usati dai chirurghi, non devono comunque essere utilizzati con regolarità e continuità, in quanto la loro azione detergente riduce le comuni difese cutanee ed inoltre si possono scatenare delle reazioni allergiche o ipersensibilità alle sostanze in essi contenuti. È quindi bene che il loro uso sia solo occasionale e non regolare, a meno di patologie cutanee che ne consiglino l’uso. Per soffrire meno, un consiglio valido, soprattutto per i debuttanti non ancora abituati a stare in sella, è quello di utilizzare coperture con diametro maggiore, preferendo copertoncini da 23 piuttosto che da 20, senza gonfiarli eccessivamente. In caso di foruncoli o lesioni cutanee può essere d’aiuto l’uso di cerotti per calli: si tratta di cerotti a forma di anello di materiale spesso e morbido, che vanno posizionati in modo che la lesione sia al centro, non a contatto con il cerotto. È così possibile limitare la pressione esercitata sulla lesione, attenuando in parte i sintomi. Si sconsiglia naturalmente, per ovvi motivi, che non necessitano di spiegazioni, il vecchio sistema della bistecca posizionata fra perineo e fondello del calzoncino... PARLIAMO DI CONTUSIONILa contusione è un trauma diretto che causa una compressione e uno schiacciamento dei tessuti. Vediamo bene di che si tratta. La contusione è un trauma diretto che causa una compressione e uno schiacciamento dei tessuti, che quando semplice non determina lesioni della cute sovrastante. Quando, invece, il trauma lede anche la cute, lacerandola, abbiamo le ferite lacero-contuse e la caduta in bicicletta è in genere causa di contusioni e ferite isolate o combinate, appunto, in ferite lacero-contuse. La presenza della ferita dipende da come avviene il trauma: se la forza contusiva agisce perpendicolarmente alla parte colpita non avremo lesioni della cute, mentre se agisce tangenzialmente avremo anche la lacerazione della cute per lo sfregamento. La gravità della contusione dipende dall’intensità del trauma: a seconda dell’intensità possono infatti venire lesi i tessuti più o meno in profondità. L’intensità del trauma deriva non solo dalla dinamica della caduta, ma soprattutto dalla concentrazione delle forze lesive. Cadere su di una superficie liscia e vasta determina un’area di impatto e una distribuzione del trauma su di una superficie maggiore con una forza minore.Cadere su oggetti con superficie minore determina, invece, una maggiore concentrazione della forza lesiva su di una superficie più piccola. A parità di intensità di trauma, nel primo caso avremo contusioni che interessano superfici maggiori del nostro corpo, mentre nel secondo contusioni che causano danni maggiori. La gravità della lesione dipende anche dalle capacità di assorbire l’urto della superficie contro cui si urta. Per spiegare meglio questi concetti, anche se abbastanza evidenti, si pensi di mancare la sedia sedendosi e di cadere sul pavimento di casa, su di un prato o su di un terreno irregolare per la presenza di sassi. Nei primi due casi i danni saranno sicuramente minori, soprattutto se si cade sul prato morbido, che deformandosi assorbe parte dell’urto, mentre nel terzo caso la contusione interesserà zone più piccole causando, però, danni maggiori. Quanti tipi di contusioni Le contusioni che interessano solo il sottocute hanno prognosi benigna, guarendo perfettamente senza lasciare esiti, a parte eventuali cicatrici in caso si laceri la cute. I traumi che interessano tessuti profondi sono in genere più gravi e possono essere invalidanti. Un trauma di forte entità può infatti causare la rottura di un muscolo, di un osso (frattura), di un organo o causare emorragie interne. Per contusioni lievi intendiamo i traumi estesi al solo sottocute.Il danno principale è la fuoriuscita di sangue dai vasi sanguigni lesi. La zona contusa nell’arco di ore assume il caratteristico colorito violaceo e si gonfia per la presenza del sangue e della linfa.L’evoluzione è benigna, guarendo anche spontaneamente. Con il passare del tempo il sangue fuoriuscito modifica il suo colore a causa dei processi di riassorbimento, passando dal blu viola al verdognolo e al giallastro.Questa macchia prende il nome di ecchimosi, a indicare l’infarcimento di sangue del tessuto senza una vera e propria raccolta. Nelle contusioni profonde, l’entità del trauma è tale da interessare anche le strutture poste al di sotto del sottocute. Possono essere lesi il muscolo, l’articolazione o l’osso. Anche in questo caso l’elemento tipico è il versamento di sangue, chiamato in questo caso “ematoma”. L’ematoma è una raccolta di sangue all’interno di una cavità già esistente come, ad esempio, l’interno dell’articolazione, o che si forma separando i tessuti, come avviene nel muscolo. A livello dell’osso l’ematoma si può formare tra l’osso e la pellicola che lo riveste, il periostio.Nelle contusioni gravissime, il trauma determina la morte per schiacciamento dei tessuti colpiti o la rottura. A livello del muscolo possiamo avere ambedue queste condizioni, a livello dell’osso abbiamo una frattura più o meno complessa e l’articolazione può fratturarsi con rottura dei legamenti.In tutti i casi è sempre presente l’ecchimosi e l’ematoma. Le contusioni agli organi interni sono sicuramente i casi più temibili, potendo causare anche la morte.Nel trauma cranico l’ematoma si forma tra l’osso ed il cervello, oppure fra le membrane che avvolgono il cervello.Nel caso di organi come il rene, il fegato e la milza, l’ematoma si forma fra l’organo e la membrana che lo avvolge.La rottura della milza è la più frequente, rispetto agli altri organi. Il sangue si raccoglie fino a quando, rompendo la membrana, causa una emorragia interna molto grave, senza dimenticare la rottura dell’organo che ha causato l’emorragia.I traumi toracici possono causare la rottura della membrana che avvolge il polmone, la pleura, e di conseguenza il polmone si sgonfia rendendo impossibile la respirazione. È evidente il rischio della vita qualora il trauma interessi ambedue i polmoni, evenienza in genere piuttosto rara. Un trauma molto intenso a livello dello sterno può causare un arresto del cuore. I sintomi Il sintomo principale di un’avvenuta contusione è il dolore, accompagnato dall’impotenza funzionale. Per qualche istante la zona traumatizzata, i muscoli, l’articolazione, non sono in grado di funzionare, per poi, piano piano, riprendere la loro funzione. Con il passare del tempo la zona si gonfia e in seguito compare il tipico colore rossoviolaceo. In caso di traumi molto intensi si possono anche perdere i sensi, in particolare se si tratta di un trauma cranico.Segni premonitori di una lesione al cervello sono, oltre alla perdita dei sensi o la confusione mentale: i disturbi della vista (vedere doppio, l’impossibilità a mantenere fermi gli occhi che si muovono ritmicamente da una parte all’altra, il vomito improvviso). Naturalmente, sono tutti segni che indicano la necessità di un ricovero repentino in pronto soccorso per le indagini, la terapia del caso o per un periodo di osservazione.In caso di trauma cranico, a volte, il sangue forma lentamente l’ematoma, dando i segni della sua presenza solo a distanza di tempo. Lo shock è quasi sempre presente in caso di traumi toracici o addominali con lesioni interne. Attenzione, perché a volte dalla rottura di un organo alla comparsa dei sintomi può passare un periodo silente, in cui il sangue si raccoglie tra l’organo e la sua membrana.In caso di contusioni che interessano solo il sottocute, con il tempo i tessuti si riparano spontaneamente. Il sangue fuoriuscito viene riassorbito e durante questo processo modifica il suo colore, passando dal viola al verdastro, al giallastro.Gli ematomi, invece, spesso devono essere svuotati, sia se si formano nel muscolo sia nell’articolazione. L’ematoma non sempre è visibile, specie se è profondo, potendo a volte non variare il colore della cute per l’assenza dell’ecchimosi, anche se è poco probabile. ATTENZIONE AI TENDINISpesso sono tanti piccoli traumi ripetuti che determinano i problemi ai tendini. Ma le cause possono essere anche un trauma unico molto intenso e... Le tendiniti sono causate da un trauma particolare, diverso per da quello comunemente conosciuto: il microtrauma. Per microtrauma si intende un “insulto” di entità molto piccola, che singolarmente non è in grado di determinare dei danni, mentre li può determinare se ripetuto con continuità nel tempo. Un altro termine utilizzato per definire la causa della malattia è “stress”, termine che forse esprime più chiaramente il concetto ed è di più immediata comprensione. Il danno viene quindi causato dalla somma di tanti piccoli traumi ripetuti che stressano, logorano, danneggiano, usurano la struttura colpita. Queste patologie sono chiamate “patologie da sovraccarico”, a indicare come la causa sia un carico che risulta eccessivo per la struttura interessata, il tendine, applicato ripetutamente e per periodi di tempo prolungati. Esiste anche la possibilità che, nel provocare il danno, intervenga un trauma unico, molto intenso, che può causare la rottura del tendine. Tuttavia, questo trauma acuto e violento determina in genere il danno solo su tendini già ammalati, usurati dal sovraccarico: la rottura di un tendine sano è, infatti, estremamente rara e poco probabile. Una prima considerazione da fare è che la risoluzione del problema è strettamente legata al riconoscimento e alla rimozione della causa che lo genera. Spesso, tuttavia, non è facile stabilire il motivo per cui il nostro tendine si è ammalato e spesso è altrettanto difficile rimuovere la causa una volta scoperta. Cosa sono e come sono fatti i tendini I tendini sono delle strutture anatomiche che uniscono il muscolo all’osso. La loro funzione è, quindi, quella di trasmettere la forza generata dalla contrazione muscolare al capo scheletrico, determinandone così il movimento. Anatomicamente, abbiamo tre zone differenti da prendere in considerazione: la zona dove il muscolo diventa tendine (giunzione muscolo-tendinea), il tendine vero e proprio e la zona dove il tendine si inserisce sull’osso (giunzione osteo-tendinea). Tutte queste tre zone possono essere interessate da patologie. In genere, si considerano malattie del tendine quelle che colpiscono il tendine e la sua giunzione ossea, mentre le patologie della giunzione muscolo-tendinea sono di pertinenza muscolare. Ma torniamo al tendine. Esso è formato da cellule e da un tessuto composto da fibre resistenti frammiste a una piccola parte di fibre elastiche, che hanno il compito di addolcire le trazioni. Il tendine è avvolto da una membrana, chiamata peritenonio, ricca di terminazioni nervose, e a volte scorre all’interno di una guaina che lo protegge durante i suoi movimenti, evitando sfregamenti diretti. In genere, sono dotati di guaina i tendini che, per unire il muscolo all’osso, devono piegarsi e girare attorno a ossa o articolazioni, o passare attraverso appositi canali delimitati anch’essi da ossa. Le cause Le cause delle patologie tendinee sono molteplici. Possiamo trovare come causa dei fattori chiamati intrinseci o estrinseci, a seconda che la causa sia da ricercarsi nel tendine, o meglio nel segmento corporeo sede del tendine, e nell’atleta stesso (intrinseci) o a cause esterne al tendine e all’atleta (estrinseci). Tra i cosiddetti fattori intrinseci troviamo anomalie del piede (piede cavo o piede piatto), del ginocchio (ginocchio varo o valgo) e della rotula e dei suoi rapporti articolari. Muscoli eccessivamente o poco sviluppati e scarsa mobilità articolare, sono anch’essi fattori che favoriscono l’insorgenza di patologie tendinee. I fattori estrinseci possono essere invece divisi in due gruppi: i fattori legati all’allenamento e i fattori al mezzo, alla bicicletta. In realtà, la causa delle malattie tendinee è spesso multi-fattoriale, potendo essere molteplici le cause che possono agire singolarmente o variamente associate. Possono quindi causare il danno più fattori intrinseci o estrinseci, ma anche fattori intrinseci ed estrinseci abbinati fra loro. Questo significa, ad esempio, che una posizione scorretta della tacchetta o un’anomalia di un’articolazione può determinare una patologia solo nel caso in cui ci si alleni intensamente o erroneamente: il posizionamento sbagliato determinerebbe dei microtraumi di non sufficiente intensità senza un sovraccarico. Tecnopatie e allenamento Le malattie legate al mezzo, la bicicletta, vengono anche chiamate tecnopatie, dato che la causa è l’uso di un mezzo meccanico. La causa del sovraccarico è una scorretta posizione sulla bicicletta, che non permette alle strutture anatomiche implicate di lavorare in modo corretto. Sono causa di tendiniti la sella troppo avanzata o arretrata, la sella troppo alta o bassa, la tacchetta sotto la scarpa fissata troppo avanti o dietro o eccessivamente ruotata internamente o esternamente. Per quanto riguarda l’allenamento, invece, gli errori sono da ricercarsi nell’uso di rapporti eccessivamente lunghi anzitempo, in un numero eccessivo di ripetute o in tempi di recupero inadeguati allo sforzo. Le malattie Oggi non si parla più di “tendinite”; questo termine è stato abbandonato poiché il tendine, non ricevendo direttamente il sangue, non presenta i caratteristici processi tipici dell’infiammazione. Un vero e proprio processo infiammatorio lo possiamo avere a livello del suo rivestimento e della guaina, ricchi di terminazioni nervose e irrorati direttamente dal sangue. Le malattie che colpiscono il rivestimento del tendine si chiamano peritendiniti e quelle che colpiscono la guaina tenosinoviti. Tuttavia anche il tendine si ammala, ma in questo caso, più che a un processo infiammatorio, assistiamo a un processo degenerativo, dove il tendine perde le sue caratteristiche strutturali, diventando debole fino a rischiare la rottura totale o parziale se non si interviene in tempo. Queste malattie possono coesistere con l’interessamento di guaina e tendine oppure con l’interessamento di rivestimento e tendine. Il tendine può essere interessato dal processo patologico a livello del suo corpo o, più spesso, a livello della sua inserzione ossea: si parla, allora, di tendinopatie inserzionali. Le tendinopatie Abbiamo detto che il termine “tendinite” è stato abbandonato e che al suo posto di preferisce usare il termine “tendinopatia”, che significa sofferenza, malattia del tendine, indicando con il suffisso “ite” (tendin-ite) un processo infiammatorio acuto, mentre il suffisso “patia” (patos) una malattia. Le principali tendinopatie che interessano il ciclista colpiscono il tendine rotuleo, il tendine di Achille, il tendine del bicipite femorale. Il tendine rotuleo è quel robusto tendine che va dalla rotula alla gamba e, grazie a esso, il quadricipite distende la gamba. Il tendine di Achille unisce il polpaccio al calcagno e consente la flessione plantare del piede, come quando ci si alza sulla punta dei piedi. Il tendine del bicipite femorale è situato dietro al ginocchio lateralmente e consente di piegare il ginocchio. Il tendine rotuleo risente dell’uso di rapporti lunghi, pedivelle lunghe, sella troppo bassa. Il tendine di Achille risente, invece, di una tacchetta posizionata troppo avanti, che obbliga a pedalare eccessivamente di punta. Il tendine del bicipite femorale risente di una posizione con la sella troppo alta e anche di un errato posizionamento delle tacchette. I sintomi Il sintomo principale è il dolore, inizialmente solo sotto sforzo, in seguito anche durante le comuni attività giornaliere che richiedono il suo impegno. Il dolore ha un aspetto caratteristico: è presente a freddo, quando si inizia a usare il tendine malato, e si riduce man mano che si usa, che si scalda, per ricomparire con la stanchezza o con l’eccessivo sovraccarico. Tipicamente, se si tratta di un tendine dell’arto inferiore, si zoppica per il male per alcuni minuti quando si cammina dopo un periodo di riposo, ad esempio la mattina quando si scende dal letto, per poi camminare con sintomi sopportabili. Il tendine, alla palpazione, appare più grande del normale e, oltre a essere dolente, è meno consistente del solito. Se si contrae il muscolo a cui appartiene, il dolore, alla palpazione, tende ad aumentare. I tendini rivestiti da guaina a volte presentano, nei movimenti, un rumore, un crepitio simile alla neve fresca sotto i piedi, indice di un processo infiammatorio a carico della guaina stessa. È bene sapere che il tendine malato non fa male e che il dolore compare solo quando sono interessati, come avviene spesso, la guaina o il suo rivestimento. A volte si può assistere a rotture di tendini - è tipico il caso del tendine di Achille - senza avere avvertito in precedenza il minimo dolore: sono le tendinopatie pure, senza interessamento del rivestimento del tendine. L'IMPORTANZA DELL'ORECCHIO E DELL'OCCHIOOrecchio, con l’apparato vestibolare, occhio e apparato muscolo-scheletrico, sono direttamente responsabili della nostra capacità di “stare in equilibrio”. L’importante è che siano ben “comunicanti” tra loro. L’equilibrio consiste nel mantenimento di una determinata posizione o, meglio, postura, del nostro corpo. Il sistema che si occupa di questa funzione è particolarmente complesso e richiede la collaborazione di diversi apparati. Quando si parla di equilibrio viene spontaneo pensare a situazioni complesse come il camminare su una trave, stare su un piede solo e naturalmente andare in bicicletta. In realtà si deve parlare di equilibrio, e di intervento del sistema che lo controlla, anche in situazioni più banali come il semplice camminare, lo stare in piedi o seduti. Affinché venga garantito l’equilibrio è indispensabile che il baricentro del nostro corpo cada all’interno della superficie di appoggio come per qualunque oggetto. A differenza degli oggetti inanimati che raggiungono e mantengono una posizione di equilibrio spontaneamente per effetto della forza di gravità, l’uomo raggiunge e mantiene l’equilibrio attivamente con continue correzioni in funzione delle informazioni che giungono dall’esterno e dall’interno del nostro corpo. Il nostro corpo fa automaticamente ed inconsciamente quello che noi facciamo quando ad esempio cerchiamo di mantenere in equilibrio su di un dito una matita: muoviamo il dito cercando di far cadere il baricentro della matita all’interno della sua area di appoggio. Impariamo progressivamente nei primi 18 mesi di vita a mantenere l’equilibrio nelle attività di tutti i giorni secondo passaggi prestabiliti che sono già programmati e frutto dell’evoluzione (basti pensare alla posizione eretta tipica della razza umana). In seguito, attraverso l’esercizio, impariamo a mantenere l’equilibrio in situazioni meno naturali come capita in molte attività sportive come il ciclismo, lo sci, il pattinaggio. Abbiamo già detto che l’equilibrio si mantiene attraverso azioni determinate da stimolazioni esterne ed interne. Gli apparati che intervengono sono l’orecchio, o meglio una sua parte interna chiamata apparato vestibolare, l’occhio e l’apparato muscolo-scheletrico. L’apparato vestibolare dell’orecchio viene stimolato dalle accelerazioni in tutte le direzioni che subisce la testa e dalle sue variazioni della posizione. L’occhio invia anch’esso informazioni legate ai movimenti del mondo che ci circonda. L’influenza dell’occhio, o meglio della vista, sull’equilibrio, è facilmente verificabile stando fermi in piedi ad occhi aperti e chiusi. Chiudendo gli occhi si ha infatti una maggiore difficoltà a mantenere l’equilibrio. L’apparato muscolo-scheletrico interviene sia in risposta alle informazioni che gli giungono dall’occhio e dall’orecchio, con la contrazione e il rilasciamento dei muscoli necessari al mantenimento dell’equilibrio, sia inviando esso stesso informazioni. Quando stiamo perdendo l’equilibrio, muovendoci, allunghiamo certi muscoli i quali rapidamente si contraggono per tornare alla lunghezza originale, raddrizzandoci e quindi riportandoci in equilibrio. Il mantenimento dell’equilibrio è quindi il risultato della cooperazione di più apparati che inviano al nostro cervello le informazioni necessarie per impartire ordini. Torniamo ora a parlare dell’apparato vestibolare per meglio capire la sua funzione. Immaginiamo di essere seduti, legati e bendati su di una sedia munita di ruote. Siamo perfettamente in grado di accorgerci di tutti i movimenti che subisce la sedia o, meglio, delle loro variazioni. L’apparato vestibolare ci informa infatti, di tutte le accelerazioni che subisce il nostro corpo e della loro direzione. Abbiamo detto accelerazioni, infatti, come ci capita in macchina o in treno: ci accorgiamo solo delle variazioni del movimento. Non siamo infatti in grado di dire se la macchina è in movimento quando viaggiamo a velocità costante se non vediamo il mondo intorno a noi muoversi. La sola situazione in cui il sistema vestibolare viene stimolato in continuo a velocità costante è quando giriamo su noi stessi a causa della forza centrifuga che agisce fintanto che si è in movimento e che determina una stimolazione così intensa da persistere anche quando viene interrotta. È il motivo per cui una volta fermi ci gira ancora la testa e se bendati perdiamo il senso dell’orientamento. Esistono poi situazioni in cui gli apparati mandano informazioni al cervello che non coincidono. È, ad esempio, la situazione di smarrimento che capita a volte quando, distratti in treno, vediamo muoversi il treno di fianco al nostro e per un attimo pensiamo che il nostro sia partendo. L’occhio invia segnali interpretati erroneamente perché distratti, discordanti con quelli dell’apparato vestibolare che non invia alcun segnale. Una seconda situazione in cui l’apparato vestibolare viene ipersollecitato, e dalla vista e dall’apparato osteo-articolare giungono notizie contrastanti, è quella, infine, che causa il mal di mare IL FISICO NELL'ACCELERAZIONEDal punto di vista cardiaco, lo scatto e l’accelerazione sono dei momenti molto delicati. Solo chi è in forma può eseguirli. Il momento dello scatto, quello in cui il ciclista, aumentando notevolmente la potenza applicata sui pedali, accelera bruscamente e lascia la compagnia (“fa il vuoto”), genera immancabilmente ammirazione ed entusiasmo tra coloro che assistono all’evento. Nel ricordare o rivivere quei momenti storici del grande ciclismo, sicuramente, si chiedono quali e di che entità fossero le sollecitazioni biomeccaniche, cardiocircolatorie e muscolari sopportate dall’organismo dell’atleta. Se è vero che le strutture ossee, legamentose e muscolari subiscono un incredibile stress, è pur vero che la maggiore erogazione di potenza, necessaria per effettuare un’accelerazione, necessita soprattutto dell’aumento del “lavoro” del cuore. Infatti, l’aumento delle capacità prestative del muscolo, oltre che alle qualità delle fibre di cui è costituito, è per la gran parte legato alla possibilità di poter disporre di maggiori quantità di ossigeno, necessario per bruciare gli zuccheri di cui il muscolo dispone al fine di produrre energia. Se nelle primissime fasi dell’esercizio fisico, soprattutto se non di elevata intensità, il muscolo può cavarsela da solo semplicemente incrementando la quota di ossigeno che estrae dal sangue, successivamente questo meccanismo diventa insufficiente e si rende necessario un maggiore apporto di ossigeno al muscolo in attività. Ciò si può realizzare solo grazie a un aumento del lavoro dell’apparato cardiovascolare che si traduce in un maggiore afflusso di sangue ai muscoli. Il sistema cardiovascolare Il sistema cardiovascolare (cuore e vasi arteriosi e venosi) riveste un ruolo di primaria importanza nella capacità dell’organismo di adattarsi all’aumento di richieste indotto dall’esercizio. Il cuore infatti, attraverso i vasi, fornisce ai muscoli in attività l’ossigeno e i nutrienti (prevalentemente zuccheri), allontana dai muscoli le scorie e le tossine (acido lattico, radicali liberi ecc.), derivate dai processi biochimici ed enzimatici che si sviluppano nel muscolo e che garantiscono la disponibilità di energia, e contribuisce al mantenimento della temperatura dell’organismo che con l’attività fisica tenderebbe, altrimenti, ad aumentare oltre misura. Passando dal riposo all’esercizio fisico o da un livello di esercizio fisico a uno condotto a più elevata intensità, aumenta la quantità di sangue che il cuore espelle e immette nei vasi ogni minuto primo, ossia aumenta quella che i fisiologi definiscono portata cardiaca. Essa, intuitivamente, non può essere rappresentata da altro se non dalla quantità di sangue che fuoriesce dal cuore a ogni singola contrazione dell’organo (gettata sistolica) moltiplicato il numero delle contrazioni che il cuore effettua in un minuto (frequenza cardiaca). L’aumento della portata è prodotto sia attraverso un aumento della frequenza cardiaca sia da un aumento della gettata sistolica. Solitamente, il cuore di un uomo normale, sano e a riposo espelle circa cinque litri di sangue al minuto. Sotto sforzo Sotto sforzo la quota di sangue espulsa aumenta notevolmente sino a raggiungere i 40-45 litri misurati in alcuni atleti di elevatissimo livello praticanti discipline sportive aerobiche e di resistenza come il ciclismo. Ma, attenzione, anche il cuore è un muscolo che, quindi, deve essere in perfetta efficienza per poter aumentare, senza rischio, il suo carico di lavoro. Spesso, proprio le brusche variazioni di intensità dell’esercizio fisico costituiscono la causa di eventi cardiovascolari drammatici quali l’infarto del miocardio e la morte improvvisa durante attività fisica. In conclusione, se si vuol provare con scatti e ripetute qualche “emozione in più”, è assolutamente necessario essere certi delle proprie condizioni di salute. A tal fine, se è consigliabile effettuare una visita di idoneità allo sport agonistico presso un buon medico sportivo prima di iniziare a praticare una qualsiasi attività fisica anche se condotta a basse intensità, diventa addirittura imperativo essere considerati idonei qualora si voglia spingere un po’ di più. Solitamente, almeno per i soggetti sotto i trentacinque anni, una buona visita di idoneità allo sport agonistico è da ritenersi sufficiente; per gli individui in età adulta, matura e avanzata ritengo necessario sottoporsi anche a una serie di esami del sangue e, soprattutto, a una prova da sforzo massimale al cicloergometro con monitoraggio continuo dell’elettrocardiogramma e della pressione arteriosa. E allora, se proprio non resistete all’idea di effettuare uno scatto, il primo fatelo per recarvi dal vostro medico sportivo di fiducia. COMBATTIAMO I FORUNCOLILa foruncolosi è una malattia cui è soggetto, in particolare, il soprassella. Ecco come va trattata, usando i giusti detergenti e i medicinali più adatti. Come il lettore certamente saprà, e come si deduce dal nome della patologia stessa, la foruncolosi ha a che fare con i foruncoli e si tratta quindi di una malattia della pelle. Si parla di foruncolosi quando compaiono nella medesima zona più foruncoli che tendono a ricomparire con estrema facilità. Nel ciclista la zona più facilmente colpita è il soprassella, zona anatomicamente chiamata perineo: è la zona fra le cosce che si appoggia sul sellino. La foruncolosi è una malattia difficile da guarire, spesso causata non solo da fattori locali, come lo sfregamento, ma anche da malattie generali o problemi più seri. Vediamo che cosa è in dettaglio un foruncolo prima di parlare della foruncolosi. Cos’è il foruncolo Il “foruncolo” è una malattia della pelle causata da un batterio. Il batterio che causa il foruncolo è in genere lo stafiloccocco. La malattia colpisce il follicolo pilifero, cioè quella cavità della pelle che contiene il pelo e la sua radice. Inizialmente il foruncolo si presenta come una piccola pallina dura e dolente sovrastata da cute di colore rosso. Con il passare del tempo tende ad accrescersi, a diventare sempre più dolorosa. Il centro del foruncolo, di colore rosso, diventa in seguito giallognolo per la presenza di pus all’interno. Il pus è formato dal pelo, e quanto è contenuto nel follicolo viene distrutto dall’azione dei batteri e dai globuli bianchi giunti per cercare di debellare i batteri. Il foruncolo tende a guarire spontaneamente quando si apre, consentendo la fuoriuscita del pus e l’eliminazione della pellicola che lo riveste internamente. A questo punto, più o meno rapidamente, la pelle guarisce. È frequente l’ingrossamento delle ghiandole: nel caso di foruncoli al soprassella, le ghiandole che si ingrossano e diventano dolenti sono quelle inguinali. I foruncoli possono essere singoli, isolati oppure diffusi. A volte interessano follicoli vicini e tendono a fondersi fra di loro, apparendo come un grosso foruncolo con tanti piccoli crateri da cui fuoriesce il pus. In quest’ultimo possono essere presenti anche segni di compromissione generale, come febbricola e spossatezza. La foruncolosi La foruncolosi è una condizione che possiamo definire cronica: i foruncoli tendono a ripresentarsi nella medesima zona, guarendo e ricomparendo. Le cause possono essere locali, ma a volte il motivo è da ricercarsi in malattie concomitanti che espongono l’organismo alle infezioni. Possiamo citare, ad esempio, il diabete o malattie e disturbi del sistema immunitario. Si consiglia pertanto, in questi casi, di consultare un medico che, qualora lo ritenga opportuno, potrebbe prescrivere eventuali accertamenti per escludere la presenza di fattori predisponenti. Quale terapia? I foruncoli, in linea generale, non devono mai essere schiacciati, come spesso si è portati a fare. Questo modo cruento rischia di estendere la malattia infettando i follicoli vicini, e il foruncolo così trattato tende più facilmente a ricrearsi. L’apertura spontanea del foruncolo consente anche l’eliminazione di quella pellicola che riveste l’interno del foruncolo, cosa difficile quando si cerca di svuotarlo anticipatamente e forzatamente. Utile è, invece, facilitare la fuoriuscita del pus o, come si dice volgarmente, aiutarlo a “maturare”. Questo può essere fatto con applicazioni caldo-umide oppure ricorrendo all’ittiolo, una pomata che ne facilità l’apertura. Trattandosi di malattie batteriche, il farmaco efficace è l’antibiotico. Esso può essere utilizzato localmente sotto forma di crema e a volte, in forme particolarmente ribelli e ripetitive, può essere necessaria una terapia orale. Naturalmente sono decisioni che deve prendere il medico, soprattutto per la scelta dell’antibiotico più indicato, della dose e della durata del trattamento. Una scorretta terapia antibiotica può infatti causare un peggioramento della malattia e, soprattutto, rendere più difficile la guarigione. La prevenzione La prevenzione alla foruncolosi consiste nell’adottare una serie di norme igieniche. I foruncoli o la foruncolosi al soprassella sono legati, in particolare, all’ambiente che si crea a tale livello. La sudorazione, la macerazione della pelle e lo sfregamento creano un ambiente ideale allo sviluppo dei batteri e delle infezioni. Paradossalmente le malattie cutanee sono causate sia da una scarsa che da un’eccessiva igiene. L’uso frequente di detergenti con prodotti aggressivi, infatti, tende a eliminare il mantello idrolipidico che protegge la pelle e ne altera la normale acidità. In queste condizioni la pelle è poco capace di difendersi e i batteri che causano le malattie tendono ad avere il sopravvento su quelli che definiamo “buoni”. Sulla nostra pelle vivono infatti numerosissimi batteri che non sono nocivi. La loro presenza non consente ai batteri, che definiamo “cattivi”, di moltiplicarsi e poter causare malattie. I consigli sono quindi rivolti soprattutto al trattamento degli indumenti, che devono essere lavati spesso e soprattutto non usati in comune con altre persone. In caso di infezioni non è una cattiva idea ricorrere a detersivi disinfettanti come, ad esempio, quelli che si usano per lavare gli indumenti intimi dei neonati. Utilizza poi sempre detergenti, saponi per lavarsi che rispettino l’acidità della pelle. L’uso di prodotti disinfettanti deve essere limitato ai periodi in cui è presente l’infezione, per evitarne l’estensione, ma se ne può fare anche un uso occasionale. Possono essere indicate, ad esempio una, due volte la settimana, oppure dopo lunghe uscite ciclistiche di diverse ore, quando l’attrito, la sudorazione, le eventuali irritazioni possono favorire la comparsa della malattia. Occhio al fondello! Il problema della foruncolosi, o comunque delle irritazioni al soprassella, ha spinto da sempre le industrie di abbigliamento a curare in modo particolare la realizzazione dei fondelli per i pantaloncini da ciclista. Molto, però, non era stato possibile fare, almeno fino a che l’unica possibilità di scelta per i materiali da utilizzare era rappresentata dalla pelle di daino. SESSO E CICLISMOÈ vero che stare in sella per molte ore influenza la capacità sessuale? E lo scarico della tensione è negativo o positivo? Un problema molto discusso e sentito tra i corridori è se le ore passate in sella possano in qualche modo avere un effetto negativo sugli organi sessuali. In linea generale, si può affermare che non esistano particolari problemi. Una sella ben dimensionata e con forma che si adatta alle caratteristiche anatomiche del nostro bacino non comprime la zona perineale, zona in cui scorrono vasi e nervi diretti ai genitali ed è situata la prostata, anch’essa parte dell’apparato riproduttore dell’uomo. Un fenomeno poco piacevole è la perdita di sensibilità dei genitali. Il fenomeno è legato a una posizione in punta della sella con tendenza aerodinamica, in cui più facilmente possono essere schiacciati i vasi sanguigni. Il fenomeno non è diverso da quanto accade la notte quando si dorme con il braccio mal messo o quando si sta a lungo seduti e si addormentano, nel primo caso, il braccio e, nel secondo, la gamba. Il deficit di irrorazione sanguigna, se non eccessivamente prolungato, non comporta alcun rischio. Chiaramente si deve cambiare posizione o alzarsi sui pedali fino a quando la spiacevole sensazione non scompare. Per quanto riguarda la prostata Per quanto riguarda la prostata, è opinione personale che non sia il ciclismo a causare problemi, ma che siano i diversi problemi a non consentire la pratica del ciclismo. In altre parole, chi ha problemi di prostata ha difficoltà a praticare ciclismo, soprattutto perché è necessario trovare la sella che si adatta alla personale costituzione. Un argomento anch’esso molto dibattuto è, poi, quanto l’atto sessuale possa influire sulla prestazione. Da un punto di vista fisico, la risposta è che non esistono effetti negativi. Questi possono essere invece legati a problemi psicologici, come il senso di colpa o la convinzione che dall’atto sessuale derivi un calo delle performance. Anche un rapporto pregara può non essere negativo, se aiuta a scaricare la tensione eccessiva. Rimane solo da chiedersi chi è il ciclista che pensa al sesso e chi ne ha l’occasione o cerca di crearsela il giorno prima della gara. E naturalmente, quando si dice che il rapporto sessuale non influisce sulla prestazione, non si dice che anche tutto il contorno non lo sia, come l’addormentarsi molto tardi, senza la possibilità quindi di dormire a sufficienza, oppure l’abbondante pasto innaffiato dal vino o la discoteca. ATTENZIONE AI CRAMPIAlle mani o ai polpacci, i crampi, contrazioni muscolari involontarie, sono sempre molto fastidiosi se non dolorosi. Come prevenirli? I crampi sono delle contrazioni muscolari involontarie che durano nel tempo e che non tendono a risolversi da sole e spontaneamente. La contrazione muscolare è intensa tanto da essere dolorosa e, affinché scompaia, è necessario compiere un movimento opposto, spesso aiutandosi. La contrazione si risolve solo distendendo e allungando la muscolatura colpita con l’impiego di una forza esterna. Ad esempio, un forte crampo dei muscoli flessori della mano e delle dita provoca la chiusura del pugno e, per risolverlo, è necessario aprire le dita con forza, aiutandosi con l’altra mano. Un crampo al polpaccio piega il piede verso il basso ed è necessario piegarlo nel senso opposto, ad esempio facendo l’esercizio utile ad allungare il polpaccio, in cui si tira la punta del piede verso l’alto. Le cause Le cause dei crampi sono molteplici e non sempre di facile risoluzione. I crampi possono essere causati dalla fatica, da problemi circolatori, da alterazioni della concentrazione di sali, come il calcio, il potassio, il sodio, il magnesio,contenuti nel sangue o all’interno del muscolo stesso. Le carenze di sali, a differenza di quanto si possa pensare, sono in genere molto rare e causate da situazioni estreme, come profuse sudorazioni per lunghi periodi, anche di più giorni, senza un’integrazione salina adeguata, anche attraverso l’alimentazione. Il freddo contribuisce determinando una riduzione dell’apporto di sangue, in quanto in questo modo si limita la perdita di calore, almeno inizialmente. Il freddo determina un restringimento dei vasi sanguigni per limitare la perdita di calore, fino a quando il ridotto apporto non rischia di causare il congelamento della parte. A questo punto si verifica il fenomeno opposto, aumenta l’apporto di sangue, e la zona da pallida si trasforma in rosso violaceo. Le zone più facilmente interessate nel ciclista sono le mani e il polpaccio. Crampi alle mani Le mani del ciclista possono soffrire di diversi disturbi: formicolii, crampi, freddo, dolori. In genere i dolori, i crampi, i formicolii sono più frequenti in chi pratica il mountain biking, dove le mani sono più impegnate e obbligate a mantenere una posizione fissa per lungo tempo. Il manubrio da strada, invece, consente di variare la posizione con facilità, evitando posizioni forzate. Ilfreddo Il freddo, come detto, può essere causa di crampi o di formicolii, così come formicolii e crampi possono essere legati a posizioni mantenute a lungo o non corrette. Freddo e posizioni forzate influiscono negativamente sulla circolazione sanguigna, mentre le posizioni forzate possono influire in maniera negativa anche sui nervi, reando una leggera compressione. Dolori e altri disturbi possono, infatti, essere attribuibili a queste due cause principali, difficoltà circolatorie e alterazioni del buon funzionamento dei nervi, irritati meccanicamente da posizioni non adeguate. I crampi vanno differenziati da altri disturbi, come ad esempio quelli legati alla compressione dei nervi. Così, a livello del palmo della mano, nella zona in prossimità del polso, passano i vasi sanguigni e i nervi per la mano. Una compressione di questa zona contro il manubrio, oppure il mantenere a lungo il polso piegato, flesso dorsalmente, o ancora il movimento che si fa per sollevare il palmo della mano con la mano appoggiata, possono causare la compressione o lo stiramento delle strutture menzionate. In particolare se si tratta dei nervi, compariranno disturbi come le parestesie, perdita o accentuazione della sensibilità, formicolii e anche perdita della forza con difficoltà al movimento delle dita e della mano. In genere, questi disturbi sono nettamente diversi dai crampi. Impugnature sbagliate Abbiamo detto che le cause dei crampi sono legate a posizioni forzate mantenute a lungo e può entrare in causa il freddo. Per quanto riguarda posizioni e fatica, sono diversi i fattori che possono intervenire. Impugnare a lungo con forza il manubrio può causare crampi alle mani. Il manubrio si stringe, in genere, in salita, oppure perché la posizione in bicicletta non è corretta. Le cause sono allora da ricercarsi nell’altezza del manubrio e nella lunghezza del telaio. La posizione della sella è ininfluente, a meno che non si sia posizionata con la punta eccessivamente verso il basso per evitare dolori al soprasella. Se la posizione è corretta, cioè se altezza e lunghezza del manubrio sono giuste, il ciclista non avverte la necessità di tenersi al manubrio e non ha bisogno di impugnarlo con forza. La parte anteriore della sella inclinata verso il basso porta a uno scivolamento del corpo in avanti, che può obbligare a un’eccessiva presa al manubrio. Come abbiamo già detto, ci sono anche le posizioni scorrette della mano, ad esempio con il polso eccessivamente piegato oppure con la zona del palmo della mano appoggiata sul manubrio lungo la sua lunghezza. In questi ultimi due casi si comprimono i vasi e i nervi, con il rischio di comparsa dei sintomi. I crampi al polpaccio I muscoli del polpaccio sono, in assoluto, quelli che più facilmente vanno incontro a crampi. I crampi possono verificarsi durante lo sforzo e anche, senza motivo apparente, nel corso della notte. Probabilmente, quasi tutti i ciclisti hanno sperimentato, almeno una volta nella loro vita, questo spiacevole inconveniente. La causa del crampo da esercizio è legato alla fatica e alla difficoltà della circolazione. Il crampo notturno dipende, in genere, da cause circolatorie e/o da alterazioni saline. Tipici sono i crampi notturni nei soggetti con la pressione alta, in terapia con diuretici che causano una perdita di potassio con le urine. Il polpaccio è un muscolo che si contrae e rimane contratto a lungo per fissare la posizione del piede. Quando si pedala, si tiene una posizione come se si fosse leggermente sulla punta dei piedi e i muscoli si contraggono per mantenere il piede fermo sotto l’azione di spinta dell’arto inferiore sul pedale. La contrazione schiaccia i vasi sanguigni, impedendo al sangue di circolare liberamente. Il lavoro muscolare eccessivo e protratto impoverisce il muscolo di energia e il depauperamento delle riserve energetiche predispone all’insorgenza del crampo. Anche nel caso del polpaccio, possono entrare in causa posizioni errate, in particolare della posizione del piede. Pedalare troppo di punta richiede molto lavoro da parte dei muscoli del polpaccio. La sella troppo alta può obbligare a pedalare con il piede flesso verso il basso e, anche in questo caso, i muscoli del polpaccio lavorano eccessivamente. Come evitarli Per quanto riguarda i crampi alle mani, si deve imparare a non stringere il manubrio fra le dita, ma impugnarlo mantenendo mani, braccia e spalle rilassate. Si deve cambiare posizione delle mani e muovere ogni tanto le dita, per ravvivare la circolazione. Flettendo ed estendendo le dita e chiudendo e aprendo la mano, si facilita infatti la circolazione, in quanto la contrazione dei muscoli spinge il sangue fuori dalle vene effettuando una specie di azione pompa. Controlla o fate controllare la vostra posizione in bicicletta e verificate, soprattutto, che l’altezza del manubrio e la lunghezza dell’attacco manubrio siano corrette. Come spesso è stato detto in altre occasioni, un manubrio alto e un attacco corto spesso causano problemi alla parte superiore del nostro corpo, schiena, cervicale, spalle. A proposito del freddo c’è poco da dire, se non di proteggersi con guanti adeguati. Oggi i nuovi materiali consentono ampia scelta anche ai più freddolosi. Per quanto riguarda il polpaccio, si deve controllare la posizione della sella e delle tacchette. Ogni tanto, ad esempio in discesa, può essere utile rilassare la muscolatura e scuotere le gambe, effettuando così una specie di automassaggio, oppure allungare il polpaccio portando il tallone verso il basso con il pedale al punto morto inferiore e la gamba distesa. Quando sopraggiungono i crampi, non si può fare a meno di cercare di risolverli allungando il muscolo e si è obbligati a ridurre la velocità per consentire al muscolo di riposarsi. Scesi dalla bicicletta, è sicuramente utile effettuare esercizi di stretching e un bagno caldo, che, stimolando la circolazione, aiuta a recuperare la fatica. Attenzione anche a bere a sufficienza, perché la disidratazione può facilitare la comparsa dei crampi, e a seguire un’alimentazione variata e corretta che fornisca all’organismo tutti gli elementi necessari. PROBLEMA CERVICALEUno dei punti più delicati del corpo umano è il tratto cervicale. Soprattutto quando si pedala, è necessario seguire alcune norme per evitare fastidi. La cervicale è un punto delicato un po’ per tutti. Chiunque, almeno una volta nella vita, ha sofferto di torcicollo e con il passare degli anni i problemi artrosici si fanno sentire sempre di più. I traumi cervicali lasciano molto spesso il segno: ad esempio, i traumi cervicali da tamponamento in auto, i cosiddetti traumi a “colpo di frusta”. Chi ha avuto la sfortuna di subirne, sa quanto ha penato per guarire e come, da allora, la sua cervicale sia diventata particolarmente delicata. Il ciclista che soffre di disturbi cervicali patisce la posizione in bicicletta se mantenuta a lungo, specie se impugna il manubrio nella parte bassa della piega o se è obbligato dall’andamento della strada, ad esempio in discesa, a mantenere a lungo le mani posizionate sui freni. Iniziano, così, le difficoltà a trovare la posizione corretta, si sposta su e giù il manubrio, si cambia l’attacco manubrio, cercando di far trovare un po’ di pace al povero collo. La soluzione, però, non è solo da ricercare nella posizione in bicicletta, ma anche nello stato e nella condizione della cervicale. v La struttura della cervicale La cervicale è la porzione più alta della schiena. È formata da sette vertebre e si articola, in alto, con il cranio e, in basso, con la prima vertebra toracica. Le vertebre toraciche si distinguono dalle cervicali perché su di esse si articolano le costole che formano la gabbia toracica. Tra una vertebra e l’altra è posto un disco, il disco intervertebrale, una specie di cuscino che consente alle vertebre di inclinarsi l’una rispetto all’altra nei movimenti. All’interno del disco, per migliorarne la sua efficienza, c’è una sorta di pallina che, quando abbandona la sua posizione al centro del disco, può causare compressioni sui nervi: l’ernia discale. Le prime due vertebre della cervicale hanno una forma particolare, diversa dalle altre vertebre, e si chiamano: atlante la prima, epistrofeo la seconda. L’atlante si chiama così perché si articola con le ossa craniche, con l’osso occipitale, sostenendolo, come il mitico Atlante sosteneva il mondo. La seconda ha la particolarità di possedere un dente, il dente dell’epistrofeo, che si articola con l’atlante. La particolarità della forma delle due vertebre è legata alla necessità di muovere il capo. Grazie all’articolazione fra atlante ed epistrofeo, è possibile ruotare il capo a destra e a sinistra; grazie all’articolazione fra l’atlante e l’occipitale, è possibile flettere ed estendere il capo, mentre l’inclinazione del capo è resa possibile da ambedue queste articolazioni. A livello della cervicale, abbiamo molti muscoli che servono a muovere il capo, la colonna cervicale e trovano inserzione anche muscoli dell’arto superiore, in particolare della spalla. Problemi cervicali Le patologie della cervicale si caratterizzano per il dolore al collo e al capo quando si fanno particolari movimenti, ma, nei casi più gravi, il dolore è presente anche mantenendo il capo in posizione eretta. I dolori cervicali sono chiamati cervicalgie. I muscoli sono contratti e la cervicale, che normalmente è curva con convessità anteriore (lordosi), perde la sua curvatura raddrizzandosi. Eseguendo una radiografia in fase di dolore, spesso si legge “rachide cervicale verticalizzato”, proprio a indicare questa posizione di difesa. Questi dolori possono irradiarsi lungo il braccio, dando anche formicolii e sensazioni strane, parestesie, fino alla mano. In genere, il dolore interessa uno solo dei due arti, ma può interessarli anche tutti e due. Quando i problemi sono molto importanti, possono essere presenti mal di testa, vertigini, senso di nausea. Il motivo dell’irradiazione del dolore lungo l’arto superiore è dovuto alla compressione dei nervi destinati all’arto superiore a livello della cervicale. Esattamente come in caso di dolori lombari, in cui il dolore si può irradiare lungo l’arto inferiore: la sciatalgia o sciatica, dal nome del nervo della gamba. L’interessamento delle radici nervose è causato da protrusioni discali e da vere ernie. L’ernia a livello cervicale è una patologia di difficile risoluzione, poiché l’intervento chirurgico è difficile. Il dolore da artrosi, tipicamente, è più intenso la mattina, al risveglio e si attenua nella giornata grazie al movimento. Cervicale e bicicletta Chi soffre di cervicalgie ha spesso un cattivo rapporto con la bicicletta. La posizione in bicicletta obbliga a mantenere il capo in estensione, piegato indietro, richiedendo, di conseguenza, un impegno maggiore delle muscolatura. L’impegno dipende dalla posizione che si tiene sul manubrio e le posizioni più aerodinamiche sono quelle che richiedono uno sforzo maggiore. Il problema si potrebbe risolvere se, mentre si pedala, fosse possibile guardare sempre a terra, ma è d’obbligo guardare in avanti per vedere la strada ed eventuali pericoli da evitare. A differenza di quanto in genere si pensa, la posizione più comoda per la schiena, e anche per la cervicale, è la posizione distesa, quindi con manubrio basso e attacco manubrio e telaio adeguati alle proprie misure. In questo modo è più facile mantenere la posizione piegata in avanti, evitando un eccessivo lavoro del braccio, soprattutto della spalla e della muscolatura che si inserisce alla cervicale, per mantenere la posizione. In linea generale, il manubrio, rispetto alla sella, deve essere più basso di almeno 6 cm e, se il telaio è ben proporzionato, l’attacco non deve essere lungo meno di 10 cm. Sono regole generali: comunque, le misure del telaio si impostano sull’arto inferiore e sono individuali. Prima di imputare tutta la responsabilità dei nostri dolori alla bicicletta, ci si deve anche chiedere che cosa stiamo facendo per la nostra cervicale. Qualunque artifizio, qualunque correzione della posizione non frutteranno quanto sperato, se non siamo dotati di una cervicale con una buona mobilità e una buona forza muscolare. Per mantenere la cervicale in buone condizioni, sono sufficienti 10-15 minuti al giorno, da dedicare al miglioramento della mobilità e al rafforzamento della muscolatura. La mobilità Per migliorare la mobilità si ricorre a esercizi di stretching, di allungamento muscolare. La ridotta mobilità è infatti quasi sempre legata alla muscolatura, essendo gli impedimenti ossei rari e causati solo da importanti processi artrosici con deformazione delle vertebre. Quindi, con gli esercizi di stretching devono essere eseguiti tutti i movimenti che la cervicale e il capo possono compiere: flessioni in avanti e indietro, inclinazioni laterali, rotazioni e circonduzioni, compiendo dei movimenti abbinati in un esercizio unico e continuo. È opportuno eseguire gli esercizi in posizione tale da mantenere la schiena dritta e le spalle ferme. Il movimento deve essere il più lento possibile, soprattutto il movimento di ritorno. Raggiunto l’estremo del movimento, si deve mantenere per alcuni secondi la posizione. Tutta la muscolatura non interessata deve essere rilassata e la respirazione deve essere lenta e profonda: si inspira e si espira lentamente durante la fase di allungamento. LA FREQUENZA CARDIACANel ciclismo, come in molti altri sport di fondo, la frequenza cardiaca è un indice molto usato per valutare l’intensità dello sforzo durante l’allenamento. Nel ciclismo, come in molti altri sport di fondo, la frequenza cardiaca è un indice molto usato per valutare l’intensità dello sforzo durante l’allenamento. Inoltre, attraverso l’effettuazione di alcuni test funzionali (il massimo consumo di ossigeno, la curva lattato potenza o il test di Conconi) si possono determinare i ritmi di allenamento individuali (fondo lungo, medio, soglia e soprasoglia ecc.) in funzione della soglia anaerobica definita mediante i suddetti test. Un esempio Ad esempio, l’intervallo di FC per il fondo lungo è compreso tra l’85 e il 90 per cento della frequenza cardiaca di soglia anaerobica, al di sotto di questo si collocano gli intervalli del fondo intermedio (80-85 per cento di SA) e del fondo lento (75-80 per cento di SA), che sono ritmi adatti per la mobilizzazione lipidica (per perdere peso), per il riscaldamento e per le fasi di recupero. L’intervallo di FC per il fondo medio è compreso tra il 90 e il 94 per cento della frequenza cardiaca di soglia anaerobica, mentre tra il 94 e il 98 per cento abbiamo il fondo veloce. Interventi razionali Conoscere le proprie capacità di impegno è un fattore fondamentale per poter migliorare il proprio livello di allenamento con interventi razionali sui carichi di lavoro effettuati nel corso della preparazione. Infatti, per migliorare le proprie prestazioni non è sufficiente fare un generico lavoro di resistenza o di fondo, ma bisogna differenziare e personalizzare le esercitazioni nelle varie sedute di allenamento. Quindi, poiché il miglioramento delle capacità di prestazione è determinato da molti fattori in gioco, non solo quelli aerobici, devono essere stimolati e incrementati in allenamento. Ma anche intensità di frequenza cardiaca più elevate, come sopra soglia, sub-massimali e massimali, possono essere raggiunte in diverse fasi di allenamento e di gara. Ovviamente, per livelli di impegno più elevati, va considerato che la quantità complessiva di allenamenti di questo genere, cioè molto specifici, deve essere anche suggerita dall’età e dal livello di qualificazione individuale, (sportiva o agonistica). Quindi, per i più giovani, per i principianti o per chi non pratica agonismo, uscite che prevedono esercitazioni di tipo generale, come ad esempio il fondo o la distanza, e l’efficienza muscolare generale, sono la parte più importante delle sedute di allenamento. Nelle esercitazioni Nelle esercitazioni per lo sviluppo dei vari ritmi di allenamento (fondo lento, lungo, medio, veloce, soglia e soprasoglia), chi comanda in assoluto è la frequenza cardiaca, seguono le rpm e, quindi, i rapporti. La frequenza cardiaca, oltre a essere un indice dell’intensità dell’allenamento, è anche un riferimento per valutare l’affaticamento e il recupero. Infatti, la scarsa elasticità della frequenza cardiaca in allenamento, sia a salire che a scendere, è un evidente segnale di stanchezza che può essere contenuto sia riducendo l’intensità delle prove sia aumentando i tempi di recupero. Il riposo Ma se la stanchezza è di tipo generale, fenomeno ben più complesso, tra cui rientrano anche le condizioni di sovrallenamento, la strada migliore da percorrere sarà quella di programmare un periodo di riposo o, se vogliamo, un microciclo di transizione (una-due settimane di ridotta attività senza gare o allenamenti impegnativi), per poi riprendere con gradualità il programma di lavoro. Valutare il recupero Un buon indice per valutare le condizioni di recupero a livello generale sarà quello di rilevare la FC a riposo (la mattina, prima di alzarsi dal letto). Quando questo valore si discosterà evidentemente dal dato più frequente solitamente ottenuto, vuol dire che l’allenamento del giorno precedente, probabilmente, non è stato sufficientemente recuperato: se il dato si ripete per più giorni senza giustificati motivi, forse una bella vacanza è ciò che vi serve... PROBLEMI DI CUOREMotore del nostro organismo, il cuore batte incessantemente per tutta la vita. Controlli ed esami sono utili alla “manutenzione”, ma non bastano... Il cuore è il motore del nostro organismo: un muscolo infaticabile che inizia a lavorare poco dopo essersi formato, nel primo mese di concepimento, e batte incessantemente per tutta la vita senza soste. Aumenta e riduce la sua attività in funzione di quello che si sta facendo, battendo più in fretta, e pompando di conseguenza più sangue, quando si è impegnati in attività fisiche e riducendo la sua attività al minimo la notte, quando si dorme, in modo da garantire il sangue necessario alla vita e al funzionamento di tutti gli organi. Dall’efficienza del cuore dipendono sia la prestazione fisica che la salute e la vita stessa: esso è l’organo che più viene indagato negli sportivi. La legge italiana prevede controlli periodici delle condizioni di salute in chi pratica sport, la cosiddetta “visita di idoneità”, e le federazioni sportive spesso introducono ulteriori esami, in particolare per gli atleti più promettenti, in vista di una loro convocazione in nazionale, soprattutto per valutare la funzione di questo nobile organo. Gli esami L’esame di base da eseguire, oltre alla classica auscultazione da parte del medico, è l’elettrocardiogramma, sia in condizioni di riposo che durante e dopo sforzo; ulteriori controlli approfonditi sono l’ecocardiogramma e l’Holter, la registrazione, quest’ultimo, dell’elettrocardiogramma per ventiquattro ore. Durante la visita di idoneità all’attività sportiva, vengono eseguiti elettrocardiogrammi a riposo, durante e dopo sforzo. Tali esami sono in grado di evidenziare problemi di ritmo cardiaco (aritmie), problemi di conduzione (cosiddetti blocchi) ed evidenziare eventuali patologie coronariche (angina pectoris o infarti pregressi). Le aritmie si possono rilevare a riposo, durante o dopo sforzo (come i blocchi), mentre le malattie coronariche solo durante sforzo e il pregresso infarto a riposo. Il cuore Vediamo ora qual è la struttura del muscolo cardiaco. Il cuore è diviso in quattro camere: due superiori (gli atri destro e sinistro) e due inferiori (i ventricoli destro e sinistro). L’atrio destro è in comunicazione con il ventricolo destro e l’atrio sinistro con il ventricolo sinistro. Il sangue arriva al cuore nell’atrio destro attraverso le vene, chiamate “vene cave”, passa nel ventricolo destro e da qui va nel polmone, attraverso l’arteria polmonare, per arricchirsi di ossigeno. Dal polmone torna al cuore, nell’atrio sinistro, attraverso le vene polmonari, passa nel ventricolo sinistro e, attraverso l’aorta, va agli organi e ai muscoli. L’azione di pompaggio si esplica attraverso la contrazione e il rilassamento della muscolatura di cui è fatto il cuore. Una ricca rete di tessuto particolare, il tessuto di conduzione, si occupa di trasportare lo stimolo nervoso per far contrarre e rilassare la muscolature cardiaca. Lo stimolo parte dall’atrio destro del cuore e si propaga facendo contrarre gli atri, che spingono il sangue nei ventricoli. Lo stimolo, a livello della zona che divide gli atri dai ventricoli, rallenta, in modo da consentire agli atri di spingere tutto il sangue nei ventricoli prima che questi inizino a contrarsi. Quindi si propaga nei ventricoli che, contraendosi, spingono il sangue nei polmoni, ventricolo destro, e in circolo, ventricolo sinistro. Tutto il tessuto di conduzione è in grado di stimolare il cuore, in modo che se la zona deputata a questo compito dovesse smettere di funzionare, un’altra subentrerebbe al suo posto. Le aritmie Le aritmie sono disturbi del ritmo, cioè irregolarità della frequenza cardiaca, che rappresentano uno dei problemi più frequenti e difficili da interpretare. Il cuore batte ritmicamente con regolarità, mentre, in caso di aritmie, la frequenza cardiaca si modifica e, soprattutto, varia il tempo che intercorre fra un battito e l’altro, come se si perdessero colpi. In genere si tratta di un battito che avviene prima del dovuto (extrasistole), seguito da una pausa più lunga del normale prima del nuovo battito. Il battito cardiaco si genera in una zona del cuore ben definita, a livello dell’atrio. Le extrasistole sono invece dei battiti che si generano da zone del cuore diverse da quella normale, più o meno frequentemente. A seconda della loro origine, si distinguono in genere due famiglie: le extrasistole sopraventricolari e ventricolari, a seconda che il battito sia generato nella parte superiore del cuore (gli atri e la zona di separazione fra atri e ventricoli) oppure a livello dei ventricoli. La distinzione è importante, in quanto, in genere, le extrasistole sopraventricolari sono con più probabilità benigne, a differenza di quelle ventricolari. In funzione della loro frequenza, si parla di extrasistole isolate, che possono essere rare e occasionali oppure presentarsi con una certa regolarità: ad esempio presentarsi dopo ogni battito cardiaco normale (extrasistole in ritmo bigemino), ogni due (extrasistole in ritmo trigemino), ogni tre (quadrigemino). Ovviamente, le extrasistole occasionali sono meno preoccupanti e, con più facilità, benigne. Sempre a proposito di frequenza, possono seguire un battito normale, due o tre extrasistole in sequenza, coppie o triplette oppure sequenze di extrasistole in quantità variabile (chiamate lembi o tratti di tachicardia ventricolare o sopraventricolare, a seconda dell’origine). La malattia cardiaca Questi fenomeni aritmici ripetitivi sono quasi sempre indice di una malattia cardiaca o di un problema che compromette l’idoneità sportiva e possono richiedere, oltre a tutti gli accertamenti del caso, anche una terapia farmacologia. Possono essere presenti in varie condizioni. Le extrasistole possono essere rilevate sia a riposo che durante e dopo un test da sforzo. In linea generale, il test da sforzo offre molte indicazioni sulla natura delle aritmie: le aritmie a riposo, che scompaiono durante lo sforzo, sono in genere benigne, a differenza delle aritmie che compaiono durante lo sforzo. Benigne sono, in genere, anche le aritmie che si evidenziano nel recupero. Sono criteri validi per le extrasistole isolate, in quanto i fenomeni ripetitivi devono sempre mettere in guardia, anche se sono presenti a riposo o dopo lo sforzo. Le cause Stabilire le cause delle aritmie non è mai facile, spesso impossibile. Si cerca la presenza di una patologia cardiaca e, una volta esclusa, se l’aritmia ha determinate caratteristiche (l’assenza di fenomeni ripetitivi, la scomparsa sotto sforzo e altre), viene classificata come benigna e non compromettente l’attività fisica. Gli atleti spesso presentano aritmie e altri disturbi legati alla bassa frequenza cardiaca a riposo, fenomeni fisiologici che presentano caratteristiche ben specifiche. Per citare una possibile causa di aritmia non di origine cardiaca, possiamo prendere ad esempio alcune malattie dello stomaco: possono causare aritmie l’ernia jatale e anche la gastrite. Oggi, spesso, si evidenziano aritmie con caratteristiche che le fanno interpretare come potenzialmente pericolose, causate da virus influenzali. Sono virus che causano delle malattie del cuore, in genere benigne, che guariscono spontaneamente con il tempo senza lasciare postumi. Naturalmente, è indispensabile interrompere l’attività fisica fino alla loro scomparsa, come è necessario sospenderla quando si è influenzati, rispettando un breve periodo di convalescenza quando guariti. Cosa fare Quando si scopre un’aritmia, eseguendo degli accertamenti occasionali o, ad esempio, durante la visita di idoneità oppure perché si avvertono anormalità del ritmo cardiaco, sono necessari degli accertamenti specialistici e si deve interrompere l’attività fisica. L’esame che si pratica è il test da sforzo massimale, test più lungo, più duro e complesso di quello normalmente eseguito quando si fa la visita di idoneità. Indispensabili sono: l’ecocardiogramma, esame con il quale si valutano il funzionamento delle valvole cardiache (che separano gli atri dai ventricoli e i ventricoli dalle rispettive arterie, obbligando il sangue ad andare in una sola direzione), le dimensioni del cuore e come si contrae; l’Holter, un elettrocardiogramma registrato da un piccolo sistema portatile per ventiquattro ore, in grado di valutare l’entità dell’aritmia e la sua eventuale relazione con determinati momenti o attività giornaliere. Qualora questi esami non siano in grado di chiarire la natura e la pericolosità dell’aritmia, si ricorre a esami più specialistici e anche invasivi, come lo studio elettrofisiologico, una specie di elettrocardiogramma fatto all’interno delle cavità cardiache attraverso un catetere. Una volta stabilita la benignità del fenomeno e appurato che non dipenda da una malattia cardiaca, si può riprendere l’attività fisica. A volte, in casi in cui permangono dubbi, si devono effettuare controlli a distanza di tempo di qualche mese. |
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